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Questo blog è di Danila Oppio, colei che l'ha creato, e se ne è sempre presa cura, in qualità di webmaster.

mercoledì 14 novembre 2018

Amalia Guglielminetti si racconta... di Danila Oppio



A seguito del Concorso Letterario Internazionale LA LUNA E IL DRAGO - X Edizione, nella cui antologia è inserita la mia poesia dedicata ad Amalia Guglielminetti, Anna Montella ha realizzato questo video. La musica di sottofondo è SERENADE di Shubert da me voluta. 









martedì 18 settembre 2018

SOGNAI di Danila Oppio


SOGNAI

Sognai
una pioggia di stelle
e di baci a mille.

Sognai
carezze audaci
e coccole procaci.

Sognai
che pioveva a catinelle
e non mi bagnai.

Sognai
ma in un arido deserto
mi risvegliai.

Sognai
e tra le mani vuote
solo sabbia mi ritrovai.

Danila Oppio

giovedì 13 settembre 2018

Premio Concorso A.L.I. Penna d'Autore a Danila Oppio per la poesia LETTERA INEVASA


Oggi ho ricevuto il plico contenente il mio premio, accompagnato dalla gentile lettera del Presidente dott. Nicola Maglione.
La mia composizione poetica è stata pubblicata nella splendida antologia POESIE D'AMORE





Che dire? Che sono molto felice per questo ambito riconoscimento!

Danila Oppio

mercoledì 5 settembre 2018

STORIA DI VERA di DANILA OPPIO edito da IPAZIA BOOKS

E' appena uscito il mio nuovo libro, un romanzo biografico, titolato STORIA DI VERA, edito da IPAZIA BOOKS di Dublino.

I disegno di copertina è opera mia. Se vi piacciono le storie vere, questa di Vera è assolutamente reale, e potete leggere la sinossi, e un estratto del libro, che troverete qui ma anche ai link qui sotto riportati, dove potrete, se lo desiderate, ordinare il testo sia nella versione cartacea che in quella per Kindle, ovvero in Ebook.

Sinossi
È la più profonda provincia veneta segnata dalla cronica emigrazione in Svizzera e oltreoceano, le sue campagne inondate di sole, profumate di fiori e roseti, di terreni coltivati, divelti da fiumi esondati, con la Milano che tra gli anni ’50 e ’60 affermava il suo status di capitale industrializzata di una nazione, a fare da sfondo a questa biografia di vita. Come una fiaba post-moderna, intessuta di colori a volte grigi a volte sgargianti, di sentimenti a volte nobili a volte infimi, di umori che sanno di antico e di buono, la storia di Vera si racconta semplice tra flash-back e ricordi d’infanzia, tra nostalgia e rimpianto. Sarà quindi tra le maglie allentate di un destino che costringe, che si fa madre dispotica e ingrata, società snob e pettegola, ma anche occasione di carriera mancata, che l’indomito spirito di ribellione della protagonista troverà la forza di esaltarsi, di uscire allo scoperto e di presentare al mondo una donna ormai cresciuta, provata nell’esistenza, modellata dall’esperienza, ma indiscutibilmente… vera!



Estratto

Ancora oggi Vera si ricorda di come il versante del monte Avena fosse, nella parte del fianco più dolce vicino alla pianura, tutto un vigneto ben curato. Sua madre le raccontava di quando, lei ancora bambina, si caricava sulle spalle la gerla che conteneva il concime naturale prodotto dalla mucca nella stalla e, appena spuntava l’alba – perché si vergognava a farsi vedere dai paesani con quella gerla non proprio profumata – salisse il ripido sentiero per arrivare al vigneto di famiglia a stendere il letame sotto le viti. Poi tornava a casa per prepararsi ad andare a scuola. La fatica era tanta per una bimba di pochi anni, ma la nonna aveva altre due piccoline da curare e il nonno lavorava in America. Anche questo fu uno dei motivi per cui l’uomo non voleva altro terreno montano, e preferiva la pianura, dove già possedeva alcuni appezzamenti chiamati il Conte, Morosini, Longar, oltre a un lungo campo, lungo i confini della casa. Tempo dopo acquistò anche un altro terreno chiamato Le Jare, e fu proprio quello il suo pessimo investimento.
Come se non fossero stati sufficienti quei disastri naturali che lo avevano colpito, le finanze della famiglia furono messe a dura prova anche dal fatto che la moglie, la nonna di Vera, avrebbe dovuto subire un intervento all’ospedale di Padova. In quel periodo infatti non esisteva ancora l’assistenza mutualistica, per cui il costo del ricovero ospedaliero e dell’operazione lo avrebbero dovuto pagare i parenti del malato, così come l’acquisto dei farmaci per le cure.
Povero nonno, si disse Vera, non aveva retto alle vicissitudini che lo avevano travolto al suo rientro in Italia! E pensare che aveva lavorato tanto in America, sebbene anche lì avesse perso parte dei risparmi dopo la Grande Depressione del 1929! Stanco di essere sempre solo era rientrato in maniera definitiva, sicuro che con l’acquisto di quei terreni avrebbe potuto garantire il futuro della famiglia. Ma quelli erano tempi difficili per tutti, soprattutto per una regione come il Veneto che certo non era il territorio ricco e benestante di oggi. Tantissimi suoi figli furono costretti a emigrare, chi verso le Americhe, chi in Germania, Svizzera, Francia, Belgio, ma anche in altre regioni italiane e nelle grandi città industrializzate come Milano, Torino o Brescia: dovunque pur di dar da mangiare alla famiglia!
Oggi Vera si rammarica soprattutto per avere appena fatto in tempo a conoscere il nonno. Tuttavia, anche se era piccolina se lo ricorda bene: si ricorda che l’uomo appendeva il jacket di jeans a un chiodo infisso alla porta esterna della cantina, che indossava gli overalls quando si recava a lavorare nella vigna, e che, se si arrabbiava, imprecava con un’espressione tipicamente americana «Son of a bitch!». In altre occasioni, quando qualcuno chiacchierava troppo, lui gli ordinava:«Shut up!». Nonno Angelo mescolava il dialetto veneto con una marea di vocaboli della lingua inglese che aveva imparato negli Stati Uniti.
……(….)…..
I nonni avevano costruito il loro nido d’amore, ma mancava il becchime, cioè gli schei, i quattrini, per vivere decorosamente. Fu per quel motivo che il nonno un giorno salì su un bastimento – a quel tempo si chiamavano così – e dal porto di Genova salpò affrontando un viaggio durato quasi un mese, per raggiungere la… Merica. L’uomo fu assunto in qualità di minatore nelle miniere di carbone dell’Illinois, dove già erano andati a lavorare il padre e gli zii. Prima di lui anche gli zii e i fratelli della moglie erano emigrati nelle Americhe prestando la loro opera come muratori, operai nelle fabbriche, tutti lavori che gli americani si rifiutavano di svolgere perché troppo faticosi. Un po’ come capita oggi in Europa, con gli immigrati ucraini, albanesi, latinoamericani, filippini, dato che anche i giovani europei non vogliono più spaccarsi la schiena. La mamma di Vera vide suo padre per la prima volta quando aveva quattro anni, perché i viaggi erano costosi e le ferie maturavano dopo lunghi periodi. E comunque lui restò giusto il tempo per mettere in cantiere la seconda figlia, Corinna, prima di ripartire per tornare in Italia dopo altri quattro anni. Accadde così anche quando nacque la figlia Rosa, la cui gemellina morì dopo solo tre giorni, e accadde pure in occasione della nascita del figlio maschio, Nino. Il nonno ripartì quell’ultima volta, ma decise di smettere di fare figli: per quanto energica e forte la moglie non avrebbe più potuto occuparsi di una famiglia ulteriormente allargata! Il troppo lavoro fu anche la causa dell’ulcera gastrica che la costrinse al ricovero all’ospedale proprio quando il torrente Cismon esondò. Il dolore può portare gli uomini alla disperazione: questo fu proprio ciò che accadde al nonno di Vera e lui… crollò!


Danila Oppio – Libera professionista, ha lavorato presso un’agenzia pubblicitaria internazionale, scrive e dipinge per passione. Spirito poliedrico e curioso, è autrice di diverse sillogi poetiche, di fiabe per bambini e di due romanzi brevi, anima tre blog. I suoi lavori, alcuni dei quali sono apparsi in diverse antologie, hanno ottenuto riconoscimenti e menzioni in concorsi dedicati alla poesia e alla scrittura.



mercoledì 1 agosto 2018

ONEIRIKOS - ROMANZO DI DANILA OPPIO - RECENSIONE DI RITA IACOMINO

Ringrazio di tutto cuore la poetessa e scrittrice Rita Iacomino per aver presentato il mio romanzo la sera  di venerdì 11 maggio 2018 a Legnano e per averne scritto la presente recensione.



RECENSIONE AL ROMANZO DI DANILA OPPIO
ONEIRIKOS




Quando acquisto un libro, ciò che mi attrae inizialmente sono il titolo e la copertina. Il romanzo di Danila Oppio possiede entrambe le caratteristiche che sono servite a farlo diventare mio.

“ONEIRIKOS”, sogno, tutto quello che ha dell’onirico è sempre fonte di attrazione per chi legge; il mistero entra in punta di piedi nel libro dell’autrice, per poi farsi assorbire dalla trama del suo romanzo. Ed è quello che mi è accaduto.

Mi sono immedesimata a tal punto che, a un bel momento, sono diventata io libro, mistero, sogno e ho accompagnato i personaggi nel loro viaggio fino alla fine, infiltrandomi nel loro percorso e, alternativamente, a volte sono stata Eve, altre volte Adam, donna e uomo, personaggi ormai disincarnati che si sono conosciuti in un altro tempo e che riescono a mettersi in contatto telepaticamente e commentare l’immensa catastrofe nucleare che ha distrutto il mondo.
Parlano della situazione pesante che ha coinvolto l’intero pianeta e travolto tutti gli ambiti sociali, della mancanza di rispetto per gli altri, gli attentati e le guerre fratricide che furono la causa e l’origine di tutti i mali.

Nel romanzo, ho potuto rilevare anche degli spunti poetici, sicuramente la penna di Danila risente piacevolmente della sua propensione poetica, e vorrei citare questa breve e intensa poesia contenuta all’interno del libro.

Se sono stella
Forse cadente
Nel tuo cielo
Incandescente
Trasparente
Tu, Dio, sei sole
Che scalda e fonde
Congelati pensieri
In liquide colanti forme
Iridescenti

Per concludere affermo che l’autrice ha saputo cogliere gli aspetti paradossali, tra il narrare e il descrivere.
Parlare di sogni non è facile, ma Danila lo fa in modo chiaro e preciso, rendendo tangibile anche l’inconcreto.
Il libro è di gradevole lettura, in quanto viene rispettata la cadenza della parola, con le sue interrogazioni e riflessioni sulle questioni esistenziali.

                                                                                                Rita Iacomino

APPLAUSI A SCENA VUOTA di DAVID GROSSMAN - Recensione di Danila Oppio







APPLAUSI A SCENA VUOTA
Di David Grossman
Mondadori, 2014

pp. 176

€ 18,50 cartaceo


  
Il palcoscenico è deserto. Il grido echeggia da dietro le quinte. Il pubblico in sala a poco a poco si zittisce. Un uomo con gli occhiali, di bassa statura e di corporatura esile, piomba sul palco da una porta laterale. Signore e signori un bell'applauso per Dova'le G.! C'è qualcosa di strano nella serata.
Tra le sedie c'è un intruso, trascinato fino a quella cittadina poco raccomandabile da una telefonata inattesa: è l'onorevole giudice Avishai Lazar, amico d'infanzia di Dova'le. Deve giudicare la vita intera di quello che, lo ricorda solo ora, era un ragazzino macilento e incredibilmente vivace, con l'abitudine stramba di camminare sulle mani. Dova'le sul palco si mette a nudo, e imprigiona la sala nella terribile tentazione di sbirciare nell'inferno di qualcun altro. Nella storia di un bambino che camminava a testa in giù e da quella posizione riusciva ad affrontare il mondo. Un ragazzino che al campeggio paramilitare viene raggiunto dalla notizia della morte di un genitore e deve partire per arrivare in tempo al funerale. Ma chi è morto? Nessuno ha avuto il coraggio di dirglielo, o forse lui non ha compreso. Il giovane Dova'le ha un viaggio intero nel deserto per torturarsi con l'angoscia di un calcolo oscuro che gli avvelena la testa. Mio padre o mia madre? Ora eccolo, quel ragazzino, ancora impigliato nell'estremo tentativo di venire a capo di quella giornata lontana, ancora incapace di camminare dritto.

Quella che avete appena letto è la scheda tecnica del nuovo romanzo di David Grossman"Applausi a scena vuota". O forse sarebbe meglio dire la sinossi che si legge sul risvolto di copertina o aletta o inside flap che dir si voglia.
E’ la storia di un attore teatrale in una città della provincia israeliana. Nel racconto si riscontrano alcuni elementi che contraddistinguono lo stile di Grossman: la tragedia della Shoah, raccontata con phatos ma senza perdere quel tocco di umorismo mescolato ad un tremendo senso di colpa da parte del giudice che è stato invitato dall’attore a presenziare allo spettacolo.
Un libro il cui il protagonista, l'attore Dov, si cimenta nel suo ruolo di cabarettista in una provincia marginale e borghese, utilizzando il politicamente scorretto - facendo battute su gay, arabi e donne - per esprimere le peggiori pulsioni. E qui riscontro un Grossman diverso da quello conosciuto in altri suoi libri. L'autore d’improvviso decide di cambiare registro e di rivelarci un Dov più umano, che ricorda la sua infanzia, la sua mamma, il Lager e altri momenti toccanti della sua vita passata, come il suo primo funerale. Quel funerale che gli ha cambiato la vita. Una catarsi che lo riporta a essere il "bravo bambino" che tutti conoscevano.

Questo, in sintesi, il contenuto del libro, che mi ha preso e travolto fin dall’inizio. Un racconto drammatico pur nella sua comicità esteriore, nel senso  che sviscera l’interiorità più segreta di due esseri umani, ovvero dell’attore e del giudice suo amico – si fa per dire – d’infanzia. Non è per nulla facile entrare nei meandri più oscuri della mente umana. Ci sono ricordi rimossi, perché dolorosi, o altri che non si vogliono esternare, troppo privati o segreti. Così ho tirato le mie conclusioni: non riusciamo mai a conoscere noi stessi e gli altri a fondo. Tutti esterniamo solo quel che vogliamo far conoscere, cioè solo una parte di noi, del nostro essere e del nostro sentire, quella che riteniamo più accettabile. Qualcuno un tempo mi diceva che la verità è difficile da ammettere, che ci vuole coraggio da vendere. Bene, Dov il coraggio lo ha avuto, così come il giudice Lazar. Ma i miei applausi, a scena aperta e non certo vuota, vanno all’autore, che è riuscito a penetrare e scavare nel profondo tutto quel che i due protagonisti tenevano  gelosamente celato nella loro memoria emotiva.
Chi infatti riesce ad esternare anche la parte peggiore dei propri pensieri, o delle esperienze personali, senza provare un minimo di vergogna? Pochi possiedono tanto coraggio.Tutti abbiamo degli scheletri nell’armadio. La penna di Grossman, (anche mio zio di Zurigo, marito di una sorella di mio padre portava questo cognome, pur non essendo ebreo, ma cristiano protestante, sarà forse per questo ho tanta simpatia e stima per l’autore?) ha fatto meraviglie, come sempre nei suoi libri, e forse meglio ancora.
Suggerisco la lettura, che tiene col fiato sospeso, che ci rende spettatori in quel che accade sul palcoscenico dove la gente che assiste al monologo di Dov si entusiasma, si arrabbia, e poco alla volta, si defila, lasciando il locale quasi del tutto deserto, se non per quelle poche persone che hanno compreso il senso di quanto è portato in scena. 
Non accade forse così anche sul palcoscenico della nostra esistenza? Quanti veri amici abbiamo? Quante persone sanno restarci accanto per tutto il percorso della vita? O poco alla volta ci abbandonano, ci ignorano fino a dimenticarsi di noi? E non agiamo allo stesso modo con altri? Chi ha la forza di accompagnare con affetto e amicizia sincera qualcuno che per ragioni insondabili è venuto a noia, perché è più facile mettere in risalto i difetti altrui, che non il lato buono che appartiene a ciascuno?
Il libro di David fa molto pensare, ci fa sprofondare nella nostra introspezione, tanto da riuscire a leggere il messaggio criptato che lancia ai lettori: la storia di Dov e di Lazar potrebbe essere quella – con le naturali diversità – di ognuno di noi. Ci fa auto-esaminare, riflettere sul nostro comportamento e sulle cause che hanno plasmato il nostro carattere, a volte esterne, altre dovute alle nostre reazioni personali, di fronte ad eventi che hanno coinvolto o stravolto spazi della nostra esistenza. 

Danila Oppio

sabato 26 maggio 2018

CAVALCATA SARDA A SASSARI con Walter Lecis


Ho ammirato gli scatti fotografici del bravissimo Walter Lecis (in arte Jack Walsh), relativi alla CAVALCATA SARDA svoltasi a Sassari la scorsa settimana. 
Mi sono così aggiornata sull'evento, e ora ne parliamo un poco anche qui. Adoro la Sardegna e la sua storia. 
Cavalcata Sarda 2018 a Sassari: si  è svolt0 domenica 20 maggio 2018 il grande appuntamento con la Cavalcata Sarda a Sassari,  la “festa della bellezza”, l’unica tra le tre grandi feste di popolo sarde ad essere laica (rispetto a Sant’Efisio a Cagliari e al Redentore a Nuoro). Si narra che la sua prima edizione fu organizzata nel 1899, in occasione della visita in città del Re Umberto I e della Regina Margherita di Savoia, anche se probabilmente riprendeva una tradizione già viva in epoca spagnola. Fatto sta che da allora ogni penultima domenica di maggio centinaia di cavalieri e ben 3mila persone in abito tradizionale in rappresentanza dei costumi di tutta la Sardegna – quest’anno abbiamo 65 gruppi folk da 65 comuni diversi, 27 gruppi a cavallo, ma anche coppie a cavallo e un’imponente tracca, per un totale di 2500 figuranti in costume e oltre270 cavalieri – sfilano per le vie di Sassari, per la gioia di sassaresi, sardi e turisti.



La tradizionale sfilata di costumi sardi compie quest’anno 69 anni.
La Cavalcata Sarda rappresenta insieme alla Festa dei Candelieri, l’evento turistico più importante della città.
Il messaggio è tutto contenuto nella scelta dell’immagine e dello slogan che l’accompagna: C’è qualcosa di più profondo del nostro mare”. La comunicazione di quest’anno vuole mettere in evidenza lo spirito stesso della Cavalcata, mostrare il cuore della Sardegna, al di là delle bellezze naturali. Un invito a scoprire l’essenza e l’orgoglio di un’isola, che non è soltanto mare. L'immagine, attraverso l'issohadores, fa una promessa: nessuno alla Cavalcata Sarda 2018 è semplice  spettatore.
I riti, le tradizioni, i colori di tutta la Sardegna regalano l’emozione di una cultura affascinante, complessa e misteriosa. Oltre un secolo è passato dal quel lontano 1899, eppure la manifestazione conserva ancora il fascino di un tempo. Giunta la penultima domenica di maggio, da tutti i paesi della Sardegna partono alla volta di Sassari, per l’annuale imperdibile appuntamento, centinaia di cavalieri e amazzoni, partecipanti alla corsa al galoppo del “Palio città di Sassari”, e oltre 3000 persone vestite con l’abito tradizionale che animeranno una delle più ricche e sorprendenti sfilate dell’Isola. Un repertorio vivente di costumi vari e diversi, colorati e impreziositi da gioielli e amuleti, stupisce oggi il pubblico contemporaneo esattamente come avveniva ai numerosi viaggiatori che dai primi dell’Ottocento hanno frequentato l’Isola. Per le strade e le piazze affollate di gente, risuonano le antiche musiche che da secoli agitano gonne e berritte al ritmo delle danze tradizionali; le voci dei poeti estemporanei e dei cantanti a tenore con le loro improvvisazioni aggiornano gli agoni omerici; il rumore degli zoccoli dei cavalli riporta ad altri tempi e luoghi restituendo l’emozione delle spericolate pariglie e della sfrenata corsa dei cavalieri dell’Ardia di Sedilo; i protagonisti dei carnevali, su Compinodori e i sartiglianti di Oristano, Mamuthones e Issohadores di Mamoiada, Boes e Merdules di Ottana, fanno rivivere la suggestione di riti arcaici e misteriosi.


Fin qui, testi e immagini le ho riprese da vari articoli sul web, e ringrazio chi li ha scritti, in seguito, pubblico le splendide foto di Walter, perché meritano per la loro perfezione. Pima però vi presento il bravo fotografo.








Grazie Walter per aver condiviso con noi alcuni scatti della splendida manifestazione a Sassari! 

Danila Oppio