V°
FESTIVAL ARGENTIERA
dal 25 al 29
luglio 2012
“Passavamo sulla terra leggeri”, il libro pubblicato postumo di Sergio
Atzeni, lo scrittore sardo rubato alla vita in quel settembre del 1995, dal
mare di Carloforte, ha ispirato l'incipit di riferimento e anche di identità a
questo “piccolo” festival letterario di mezza estate, desiderato e voluto da
Flavio Soriga e da sua sorella Paola, col titolo “sulla terra leggeri”, in quel
borgo minerario che si chiama Argentiera, vicino Sassari.
E cosa esiste di più leggero se non il trascorrere cinque lunghe serate
all'insegna della cultura
propositiva, in compagnia di scrittori più o meno noti ma autentici, di
giornalisti credibili, di lunga professionalità, con incontri di personaggi
anche televisivi, però schietti e veri?
E cosa esiste di più bello e affascinante quando ti accorgi che questo
borgo sta rivivendo altra vita, questa, che fa ritornare il sottoscritto agli
anni felici della propria infanzia, quando la miniera funzionava e dava lavoro
a tanti operai, anche se duro?
Oh! Quell'infanzia trascorsa tra la polvere e le discese ripide, verso
le due spiagge, con le scarpe da tennis rotte, o scalzi, ché si faceva prima ad
abbracciar le onde ed urlare di felicità.
E il mare? Era lì a pochi passi, che respirava anche lui, tranquillo,
quasi civettuolo, in ascolto, con la sua battigia accarezzata da mille onde
altalenanti, in quei silenzi che solo l'Argentiera sa donare a chi li sa
ascoltare, e non sono pochi, adesso.
E questa leggerezza è stata sempre presente in questa quinta edizione
perché Flavio Soriga l'ha resa vivace ed intelligente, con tanta musica, alla
sera, e con le parole di tanti protagonisti che, dopo il tramonto, si sono
impegnati in confronti ai quali molti
di noi non erano abituati, almeno dal vivo, ad assistervi e a parteciparvi.
Da Olmedo, dagli amori semiseri che si possono costruire d'estate e poi
raccontarli anche al bar, in un susseguirsi di voci quasi teatrali eppure
divertenti, a quella serata dei Columella Swing presso l'Anfiteatro Comunale di
Osilo, dove ancora voci e musica hanno fatto fare un po' di amarcord, per
ricordare l' inconfondibile Fred Buscaglione con le sue musiche da locali in
ombra, mai al buio, in suggestive emozioni di tempi andati, fino ad arrivare a
Sergio Caputo, quello del “Sabato italiano” degli anni ottanta ma che ancora
resiste nella mente e nei cuori di tanti di noi, innamorati di quella musica
jazz e latino americana, imperdibile e mai dimenticata.
E poi la serata della presentazione di “Sulla terra leggeri”, ai giardini
pubblici di Sassari, in una atmosfera davvero brillante dove Flavio e Paola
Soriga ci hanno preparato all'ascolto di quelle voci, nuove o meno, che si
stanno affacciando nel panorama letterario nazionale, con il critico Piero
Dorfles a tenere le redini di una intervista spigliata con domande a sorpresa
pur sempre intelligenti e ficcanti, davanti ad un pubblico numeroso e
interessato.
E poi...e poi, tutti in piazzetta, all'Argentiera, in quell'angolo di
mondo sperduto ed ora ritrovato, grazie alla visione quasi onirica dei fratelli
Soriga e di coloro che agli stessi
hanno creduto e sono sicuro che non se ne saranno pentiti.
E in quella piazzetta, gli appassionati della cultura, tanti seduti e
altrettanti in piedi, erano in cinquecento, forse mille, non lo so, ma era
evidente la passione e l'interesse per quegli incontri informali, pieni di
umore buono e sano e di amore, mentre sul piccolo palcoscenico si alternavano
tutti quei personaggi che hanno amato e amano l'Argentiera, fra case ancora
diroccate e le mille braccia scorticate di quella vecchia miniera che erano e
sono lì, quasi a volersi proteggere ed invocare mani umane per una
carezza, per un ricordo
indelebile, per quelle vite andate e consumate in uno di quei lavori più
ingrati che l'uomo possa sopportare, il minatore.
Dicevo degli appassionati, sì, è vero, anche se di cultura e di lettura
di libri, oggi, si parla poco perché sono pochi quelli che l'amano, quelli che
leggono, in questo paese dove appaiono mille e una notizia al giorno, vuoi di
politica, vuoi di economia, di cronaca nera, di spread, di bond e di default
(parole che saranno inserite nel prossimo vocabolario di lingua italiana, se
questa avrà la forza di sopravvivere!), ma assai poche di cultura, quella vera,
dei bei romanzi scritti con amore e rispetto anche della nostra lingua o di
sillogi poetiche, perché no? delle quali la maggior parte degli italiani
continua a disinteressarsene, purtroppo!
Vorrei nominare tutti quegli ospiti che hanno calpestato questa mia
terra e dire loro grazie per tutto quello che hanno detto e presentato, in
quello spazio povero che mai e poi mai si sarebbe sognato di esser calpestato
da umani che amano la cultura, la lettura e chi la promuove, nonostante i mezzi
a disposizione siano sempre più esigui.
Ed eccoli, allora, a cominciare dalla nostra Geppi Cucciari, madrina
del Festival, che interloquisce con Flavio Insinna, raccontando di televisione
e di quanto loro stessi non debbano farsi condizionare dal maledetto “share” o
dal capo del momento, quello dell'amore,
ma che ora non c'è più e
meno male!
“Il bambino della luna” di Matteo Caccia, che meraviglia! altro che
esperimenti d’improvvisazione letteraria, è stata arte e recitazione pura che
ha incantato i presenti e li ha estasiati davvero.
E la “Ninna Nanna”, opera inedita di teatro- danza, presentata dalla
danzatrice Donatella Martina Cabras, di Cagliari, splendida la sua esecuzione,
che ha dato un tocco di eleganza e musicalità alla serata, rivestita dalla
solita magia creativa, dello stilista Antonio Marras.
E dopo, ancora, alcuni
giornalisti dalla penna sempre carica e graffiante, da Michele Serra a Luca
Soffri, da Luca Telese a Giovanni Maria Bellu, entrambi ex di altri giornali ma
sempre pronti a dir la loro su questa Italia agonizzante e perplessa, bella di
notte e di giorno, nelle cartoline, ma altrettanto brutta se si va a vederne le
“mostruosità” che la condannano a paese poco amato dai suoi stessi abitanti.
Non dimentico Matteo B. Bianchi, animatore e promotore del Festival,
fine scrittore di libri attualissimi e di grande respiro, titolare anche lui di
un blog letterario molto interessante e vero.
Come non dimentico Marisa Passera, simpaticissima e sempre pronta alle
battute, prima di calcio e dopo anche di altro, incontrando Federico Russo e
Sebastiano Mauri e i loro primi romanzi.
Devo ricordare, altresì, il professor Manlio Brigaglia, mio
concittadino, che ha parlato dell'Argentiera e di alcuni episodi ad essa
legati, con una preghiera ai giovani d'oggi che diceva così: “non buttate
bottigliette e cartacce in strada e sulle panchine, siate civili, rispettate
quello che è anche vostro!” e giù, una marea di applausi, sacrosanti.
Subito dopo è arrivato il turno del sottoscritto, ospite anch’io,
grazie a Flavio e a Paola, il quale ha letto due sue poesie dedicate al borgo
ed una, in prosa, dove l'Argentiera è stata narrata per quel che era, per quel
che avrebbe voluto essere, per quello che spera di diventare se gli uomini la
rispetteranno e la faranno rivivere almeno come museo-minerario all'aria aperta
e questo lo meriterebbe davvero.
Forse ho dimenticato qualcuno che spero mi perdoni, sono andato un po'
a memoria e un po' consultando il programma, sicuro e convinto che questo
“piccolo” Festival di mezza estate
possa attecchire in questa terra – borgo, dove poche luci si accendono
ma questa lampada “sorigana” alimentiamola e bene, almeno una volta all'anno.
POESIE E PROSA CUI HO DATO LETTURA DURANTE IL FESTIVAL
L'Argentiera, sulla terra leggeri
Sto scrivendo questo pensiero
mentre ascolto, in streaming, (si scrive così?), Paolo Fresu durante la prima
serata dedicata alla quarta edizione del Festival di Letteratura “Sulla terra
leggeri”,
i lu patiu minori (in piazzetta)
dell'Argentiera, località ormai a molti nota per la sua selvaggia struggente
bellezza, e di terra e di mare.
Quell'anfiteatro, ieri sera,
scherzosamente, era un pied a terre, che tradotto in sassarese significa
un piede e il resto del corpo a
terra, fisicamente, con tutto il lato bi, perché le sedie non c'erano ,erano
assenti, particolare di poco conto, visto anche il gentile invito
dell'Assessore alla Cultura del nostro Comune, Dolores Lai,
Nella sua semplicità esecutiva
Paolo Fresu non si smentisce, mai. Lo studio, l'esperienza, la complicità
emotiva con i presenti, l'abitudine a quello strumento, adesso che ha raggiunto
il traguardo dei suoi primi cinquant'anni, non lo distolgono minimamente dalla
sua stessa struttura musicale, che può definirsi “orchestra”, in un solo unico
strumento a cui lui ha dedicato fiato, anima e vita:
Ascoltarlo è stato come compiere
un viaggio, sì, un viaggio accompagnato dalle melodie, anche intimistiche,
della sua tromba che produceva suoni, quei suoni che si dedicano, appunto,
all'io intimo, alla stessa poesia che di musica si nutre.
Ma c'era un altro personaggio
all'Argentiera, molto importante anche lui, un ragazzo dico io,
il diavolo di Nuraiò, Flavio
Soriga, un altro sardo, come me e come quelli che mi leggeranno.
Però, questo ragazzo, come Paolo
Fresu, è un grande, è uno che scrive, e come!, è uno scrittore che,
giustamente, la ribalta nazionale ed internazionale ci ha “rubato”ed io sono
contento per lui.
Flavio Soriga è lì, con noi, con
la sua esile presenza che ci riempie di umanità, quasi d'amore.
E' lui che ha voluto questi
incontri all'Argentiera, è lui che di questo borgo sta facendo, per ora, una
piazzetta culturale, piccola ma grande nei contenuti, in sordina se si pensa al
luogo-terra-mare
dove questi incontri avvengono,
lontano dai casini della città, dal chiasso, dagli strombazzamenti, incontri
vicini al silenzio delle stelle, quel silenzio che ci aiuta a ricostruire e a
ritrovare quel senso della vita di cui noi tutti abbiamo ancora, e purtroppo,
bisogno.
Flavio Soriga non ha parlato dei
suoi libri, e nessuno, nel contesto, li ha pubblicizzati.
Uomo d'altri tempi, si direbbe,
lui e il suo alter ego, un tutt'uno riflesso in quel suo racconto del bambino
di Uta che voleva crescere, e crescere bene, nonostante l'isolamento e la
lontananza da certa incombente civiltà
Il Soriga scrittore, forse, è
questo, con le sue storie che parlano di Sardegna, di ragazzi con l'Isola nel
cuore, che si trasportano in altre terre per confrontarsi, per sperimentare altri
pensieri, altre abitudini che, giocoforza, alla fine, riapproderanno in
Sardegna, per ridipingerla, per arricchirla, in senso positivo, di quei valori
che sono alla base della conoscenza dei popoli.
Penso sia questa l'intenzione di
Flavio Soriga. Parlare di letteratura a tutto tondo, di libri, di storie, di
esperienze, anche amare, di musica e di poesia che erano, e mi auguro siano
ancora e sempre,
i pilastri, le basi, le vie da
seguire, ora che le moderne e mostruose (in) civiltà ci stanno aggredendo, in
tutto il corpo, sfiorando l'anima, una volta intoccabile.
Gavino Puggioni
22 luglio 2011
Qui sopra, un articolo, scritto da me lo scorso anno, per il Festival, e di cui ho dato lettura quest'anno.
-o-o-o-o-o-o-o-o-o-
Nei sentieri
dell’infanzia
Camminando in queste radure,
una volta selvagge,
mi sembrava di attraversare
la parte estrema di un mondo
sconosciuto, oltre il quale
viveva il nulla.
Il silenzio, il cielo, il
mare che, all’improvviso,
ti abbracciavano, ti costringevano
a pensare e a non pensare,
tanto forte era l’emozione di
trovarti lì, da solo,
in cima a quelle colline che
sapevano d’altri tempi.
C’era e c’è ancora una
chiesetta, arrampicata,
che doveva servire alle
preghiere delle mogli,
delle sorelle, delle mamme,
tante, di quei minatori,
che entravano in quelle
bocche all’alba
e ne uscivano quando il buio
era padrone di tutto.
Scendendo per la sua strada,
tortuosa e fangosa d’inverno,
impervia e polverosa
d’estate, si aveva la sensazione,
comunque, di dover
raggiungere un luogo amato da pochi,
ma di un amore viscerale,
coinvolgente, forse struggente.
Era, doveva essere un parco
romantico, accarezzato o
violentato, ma solo dai venti
e dalle piogge.
Semmai, calpestato da amanti,
degni di quella natura
rigogliosa e orgogliosa nei
suoi splendori.
E dopo, più giù, il mare, due
spiagge,
incastonate in questa piccola
baia dedicata a San Nicola,
abbracciato a tante
insenature, fatte di rocce d'argento
sopra le quali quella stessa
natura era ed è abituata ad adagiarsi.
C’era il villaggio che
accoglieva quelle poche famiglie
che avevano il coraggio di
abitarvi, circondate da rumori
cupi e continui, altalenanti
ma che, ormai, facevano parte
della loro vita.
Quel villaggio, umano e di
umani, ora non c’è più, è stato cancellato
dai tempi moderni.
Ne sono rimaste le più
piccole tracce, per rimandarle,
come si dice, alla memoria dei posteri.
È rimasta, nonostante tutto,
la grande testimonianza della
miniera, ischeletrita, quelle
impalcature di legno e ferro,
da dove, prima, si accedeva
alle entrature di ciascuna galleria.
Il mare, tranquillo o
spumeggiante per il maestrale, era una
presenza quasi rassicurante;
si rispecchiava sempre nel solito
quadro, niente lo intimoriva,
niente lo sporcava,
se non la ruggine di qualche carrello
vecchio e sfasciato.
Lo stesso mare, però, pareva
lamentarsi di quello che poteva
dare, e in abbondanza, ma che
pochi prendevano. I suoi
frutti erano lì e si beavano
nel loro elemento, giocando con
le mareggiate e abbattendosi
sui litorali di pietre levigate.
Quei pochi, pochissimi arditi
che osavano pescare non
erano nemmeno del posto.
Arrivavano, magari di notte,
e, alla luce di qualche lampara,
scagliavano due o tre
bombette e il gioco era fatto.
Il pesce, stordito, veniva a
galla e si faceva prendere nel
sacco, anzi nei sacchi di
juta, docilmente e senza
spargimento di sangue.
Nel villaggio, tuttavia, si
viveva di una vita normale, fatta di
sacrifici, di attese, di
emozioni e di dolori mai ripagati.
Le giornate erano tutte
uguali, compresa la domenica, anche
se questa doveva essere
dedicata al riposo o alla preghiera.
Quella grande madre, che era
la miniera, rigurgitava
continuamente i suoi tesori
che dovevano essere colti e
portati via, in altre terre,
in altre regioni.
L’arricchimento era per quella
società che gestiva, da
lontano, l’affare;
l’impoverimento era per tutti, compresi
quelli che venivano mal
pagati per frugare in quelle viscere
profonde e portar via più
materiale possibile.
E questo impoverimento
riguardava anche il territorio, con
le sue montagne spaccate,
scavate, fatte a pezzi, così che
anche l’erba non riuscì mai
più a crescervi.
Vi crebbero, invece, le
malattie da quelle polveri e chi ne fu
colpito ebbe a pagare fino
alla fine dei suoi giorni.
Le spiagge senza sabbia,
colme di ciottoli rotolanti, grigi,
bianchi, neri, e striati
anche di rosso arrugginito,
erano sempre uno spettacolo
da vedere, solitarie o al
massimo con qualche branco di
buoi e cavalli che vi
andavano per fare la loro
indisturbata passeggiata.
Ti invitavano, quando il mare
era una distesa d’acciaio, a
meditare, a proporti in
maniera quasi primordiale, allargare
le braccia, respirare a pieni
polmoni e spaziare nell’infinito
di quell’orizzonte che
credevi di vedere, ma era solo un miraggio.
Anche i gabbiani sapevano di
essere soli, tant’è che i loro
giochi, le acrobazie, i loro
incroci su quelle acque
sembravano più liberi,
ispirati a quello che li circondava,
in una tavolozza di colori,
sempre sgargianti ma naturali.
Ora, oggi, adesso, a distanza
di tanti lustri, quella terra,
chiamata Argentiera, è un
cumulo di quello che è stato e di
quello che vorrebbe essere.
Un gran pasticcio, di cui
l'uomo è attore, l’uomo che ha stravolto
ogni cosa, che ha dimenticato
il rispetto di quel suolo,
sopraffacendolo di intuizioni
orride, cercandovi una
soluzione mai arrivata,
continuando a pasticciare ed
offendere quel lembo di
ricordi intimi, di uomini e donne
che hanno sofferto e gridato
inutilmente nel silenzio.
Ancora e per una volta
all’anno, per due lunghi mesi,
è meta di popolazioni
incivili, arrivati da altri mondi incivili,
che vogliono incivilizzare
quello che loro non appartiene,
tanto, dopo, fanno rientro
nelle loro stesse inciviltà.
Quel pezzo di terra
continuerà a lamentarsi, anche se
continuerà ad offrirsi con le
sue bellezze ormai contaminate,
sporcate e vituperate da
tutte quelle imprese di individui
post-moderni, incapaci di
sentire, di vedere, incapaci di
amare ciò che la Natura aveva
loro regalato.
-o-o-o-o-o-o-o-o-o-
A L'ARGENTIERA, quel 21 di luglio 2011
Sembravi un'altra
in quella sera, anch'essa
distesa nel tuo mare,
come i tuoi amici
e i figli dei tuoi figli
venuti da lontano,
assisi a culo a terra, vicini vicini,
ad ascoltar una delle tue voci, Flavio,
una delle tue melodie, Paolo.
Tutt'attorno il tuo silenzio,
gli avanzi della miniera antica,
monumenti industriali,
dentro gli occhi di ognuno di noi,
estasiati e orgogliosi della tua ospitalità.
Voci, parole, racconti,
vita, speranze a venire
in preda alle note di una tromba
romantica ad accarezzar giorni
del tempo andato e perduto.
Letture di attimi
fagocitati tra una bibita e un panino,
letture come fiabe, battiti di un sogno
da portare a casa, incartati,
per custodirli nel cassettino dei ricordi
a futura memoria.
Alla fine, applausi dal cuore,
come cornice preziosa
ad ornare quel dipinto d'autore,
unico
-o-o-o-o-o-o-o-o-o-
ARGENTIERA
ciottoli roventi
che sanno d'argento
levigati
da maree millenarie
riposano
in quest'area naturale
maltrattata
dagli uomini
-o-o-o-o-o-o-o-o-o-
SEMPRE LA', A L'ARGENTIERA
sciabordio di ricordi
in questo angolo di mare
dilaniato dal vento
di maestrale
lucignoli di memoria
a cavallo del tempo
qui
poche case
forse cento anime
in balia dell'oblio
sopra sabbia e ciottoli d'argento
una vita
tante vite
il loro romanzo
tante sofferenze
seppure superate con dignità
e gli scheletri della miniera
e le mura scalcinate
e la terra arida
e i silenzi prolungati
a ricordare
 |
Commiato tra Cucciari ed Insinna |
 |
La compagnia Spazio Danza |
 |
Flavio Soriga |
 |
Prof.Manlio Brigaglia |
 |
Daria Bignardi e Matteo BBianchi |
 |
Marisa Passera |
 |
Piero Dorfles, Giovanni Maria Bellu, Fernando Masullo,
Luca Telese |
 |
Paola Soriga |