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Questo blog è di Danila Oppio, colei che l'ha creato, e se ne è sempre presa cura, in qualità di webmaster.
Visualizzazione post con etichetta Amici: Brundu Rina. Mostra tutti i post
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mercoledì 13 settembre 2017

LA BARBA DI DIOGENE N. 4

E' uscito il quarto numero della Rivista culturale e filosofica edita da Ipazia Books.

In questo interessantissimo numero, insieme ad autori di grande calibro, appare anche un articolo scritto a due mani da Tommaso Mondelli e Danila Oppio.
L'intero numero potrete leggerlo nella banda a lato della home page, semplicemente cliccando sull'immagine di copertina. Per ora vi offro un'anteprima sul pezzo scritto da Mondelli e Oppio. 









domenica 25 giugno 2017

LA BARBA DI DIOGENE N. 3 Articolo di Tommaso Mondelli e Danila Oppio




In questo numero, oltre ai molti articoli di grande interesse, è stato pubblicato anche un testo scritto a due mani da Tommaso Mondelli e Danila Oppio, che si trova a pag. 10 della rivista. Qui sotto il link per sfogliarla tutta.




























martedì 13 giugno 2017

L'APPRODO N. 5 - RIVISTA LETTERARIA ONLINE


E' appena uscita la rivista n.5 de L'Approdo (n. 5) che potrete leggere in pdf a questo link:
http://s.bl-1.com/h/JS3fggP?url=https://rinabrundu.com/2017/06/13/lapprodo-la-rivista-letteraria-anno-2-numero-5-giugno-2017-scritture

In questo numero, oltre ad interessanti articoli, sono state pubblicate due poesie di Tommaso Mondelli e due di Danila Oppio.





martedì 30 maggio 2017

LA BARBA DI DIOGENE - Rivista filosofica online


Secondo numero della rivista a carattere filosofico edita da Ipazia Books.
In questo numero, tanti interessanti articoli e nell'angolo della poesia, denominato 
L'ANTRO DI CALLIOPE, a pag. 10 potrete leggere due composizioni di Rina Brundu, 
una di Danila Oppio e un'altra Tommaso Mondelli, che sono lieta di riproporre anche
 in questa sede.

Per leggere tutti gli articoli, vi suggerisco di aprire questo link diretto:

Oppure scaricate il seguente pdf.

Se cliccate sull'immagine, dovrebbe ingrandirsi ed risultare leggibile, in ogni caso
 ho ingrandito un poco le due poesie di Tommaso Mondelli e Danila Oppio. Se ciò 
non dovesse accadere, il pdf o l'issue della rivista, vi presenterà le pagine
 perfettamente leggibili.





Buona lettura di tutta l'interessantissima rivista.

Danila Oppio

domenica 27 ottobre 2013

QUESTA DUBLINO D'AUTUNNO...

… ha dei colori che incantano l’anima.
È un tappeto di foglie
cadute,
perdute.
È un cielo diamante
splendente,
lucente,
È un arazzo di gemme
appese
sospese.
Questa Dublino d’autunno.
… è casa di streghe.
Di maghi, di fate,
di atmosfere
incantate.
Questa Dublino d’autunno…
Rina Brundu 24/10/2013
Featured image, Thomas Moran (1837-1926).

giovedì 3 gennaio 2013

REGALO





Voglio regalarti
una poesia.


Leggera
Sentita
La mia

Voglio regalarti
Un momento
Che ti giunga
Veloce
Nel vento
Deponga
Fugace
Un sorriso
Che illumini
Di gioia
Il tuo viso

Voglio regalarti
Un anno

Nuovo
diverso

Speciale

Così
Com’è giusto
Che sia

Se comincia
Con questa
poesia.

Leggera
Sentita
La mia.
____________
Dedicata

RINA BRUNDU
Da Aphorism

domenica 4 novembre 2012

VORREI POTERTI ABBRACCIARE...




Vorrei
Poterti...
Abbracciare
in quel letto d'ospedale
Carezzare il tuo viso bello
E stanco
Vorrei dirti mille cose
Ma non mi riesce di parlare
Vorrei volare
E come l'aquila
Guardare
Che la pioggia non ti sfiori
Che il sole non ti neghi
I suoi
Tepori
Che il vento non ti porti via
Da me
Il tempo siamo io e te
Vorrei
Poterti...
Abbracciare

Rina Brundu
Da Aphorism

sabato 3 novembre 2012

COME UNA FARFALLA...



Che non fa che volare
Incapace di fermare
Il moto del vento
Incapace
Di frenare
Lo scorrere del tempo

Incapace di godere
I suoi stessi colori
Incapace di lenire
I suoi mille dolori

Come una farfalla
Che vorrebbe dormire
Lasciarsi andare e poi
Dolcemente morire

 Rina Brundu
Da Aphorism

sabato 20 ottobre 2012

SPOON RIVER DELL'OGLIASTRA 9



Ritratto di nonna
di Rina Brundu. La nonna amava alzarsi all’alba. E preparare il caffè. Dentro una caffettiera strana. Napoletana mi pare la chiamasse. Non usava il fornello ma faceva bollire l’acqua tra la brace e la cenere del camino, dopo avere acceso un fuoco bello che rischiarava la piccola cucina rosata e le dava…. atmosfera. Mi piaceva assistere a quei riti mattinieri e le rare volte che mi era concesso di alzarmi  con lei diventavano per me occasioni importanti. Mi affascinava il buio fuori dalla finestra, il rumore del vento che spazzava il grande stradone, il freddo intenso che viveva dentro un suo silenzio profondo. Uguale in tutto per tutto a quello di lei. In quegli attimi laboriosi la nonna, infatti, non parlava mai. Trafficava muta, immersa in privati pensieri, con indosso la solita camicia bianca e la gonna lunga. I capelli pure lunghi raccolti a crocchia, lo sguardo vecchio ma bello, quello strano segno sulla fronte a memoria di una caduta di bambina. Osservarla andare e venire mi dava sicurezza, la sua saggezza, innata, mi regalava conforto. Sapevo che in sua presenza non avrei avuto nulla da temere. Anche per questo, un giorno, feci il diavolo a quattro per accompagnarla a portare le capre dal pastore che le avrebbe condotte al pascolo. Che lei non si era mai opposta a quella mia richiesta ma per riuscire nell’intento occorreva il consenso altrui. E poi un mattino presto di primo autunno, imbaccuccata a dovere, la mia mano piccola nella sua più grande, misi dietro alle bestie festose. Ricordo il mio respiro che si condensava nell’aria ghiacciata a formare nuvole trasparenti destinate a perdersi nell’istante. Ricordo la strada vuotata e il rumore diminuito dei nostri passi affrettati. Ricordo lucette vaghe in lontananza oltre quelle più rassicuranti dei grandi lampioni aggrappati a lunghi pali di legno piantati a distanze uguali. Ricordo l’arrivo nel luogo convenuto e la nebbia improvvisa. E poi il viso di un uomo fatto, vissuto, temprato dal tempo, spuntare diffidente dalla cappa umidiccia con lo sguardo fisso su di me. Ebbi paura, strinsi più forte la mano di lei e decisi che non era avventura da ripetersi. Mi mancava la tempra! “Mani troppo piccole” criticava spesso la zia, guardando le mie. “Non servono a niente!”. E a suo modo quel commento sineddico era una sentenza: per qualche ragione, io, a quel mondo non vi appartenevo pienamente. Ero… differente. La nonna invece non si perdeva mai in simili chiacchiere oziose. Riteneva che la vita occorresse viverla con altri strumenti e alla di lei madre, venerata, incensata, adorata, idealizzata nel ricordo, rimproverava soltanto di non averla mandata a scuola. E quando mi raccontava di simili faccende coglievo nel suo discorso l’invito implicito a guardare oltre un mondo che lei non avrebbe potuto lasciare. Che lei non avrebbe voluto lasciare. Mai! Neppure io. Allora! Perché quel mondo era bello. Si reggeva – l’ho capito poi – dentro dinamiche fragili ma viveva di una consistenza interna straordinaria e di una bellezza epidermica che lasciava senza fiato. Ogni minuto, ogni ora, ogni giorno, ogni mese, ogni anno nascevano segnati da un profumo, da un colore, da un valore diverso che sapeva crescere nel ricordo. Novembre, per dirne una, era il tempo delle castagne. Andare a raccogliere quei frutti gustosi, opportunamente protetti da madre natura dentro cappotti verdastri, spinosi, resistenti, diventava un’avventura in sé. Diventavano momento-importante le chiacchiere, le risate, sotto quegli alberi possenti. Bellissimi. Diventavano avvenimenti da scolpire nella nostra memoria giovane le infinite serate trascorse intorno al camino, trascorse a nutrire di frasche secche il fuoco svelto necessario per cuocere le castagne dentro la grande padella bucata. E mentre le frasche morivano inghiottite da lingue rossaste e sempre più alte, producendo rumori simili a disperate preghiere di anime dannate, spesso e volentieri nella grande cucina rosata echeggiava soltanto la voce di lei che nel nostro silenzio perfetto raccontava le sue storie. Che raccontare storie, favole, momenti, ricordi di un mitizzato passato le riusciva come nient’altro e per quelle storie chiedeva rispetto. Che – pure questo l’ho capito poi – a modo loro tali racconti, tali favole, di una Sardegna che era stata, riproposte all’infinito, parlavano di tutto. E di niente. Erano strato epidermico amorevolmente costruito, erano abito leggiadro intessuto per dare decoro ad un mondo altrimenti nudo, ad un mondo che non aveva troppa coscienza delle sue possibilità. Anche solo per potersi raccontare. Ad un mondo che per fato e destino aveva scelto di vivere-soltanto, senza farsi troppe domande. Ad un mondo che non aveva il tempo di fermarsi. Ad interrogarsi. Ad un mondo che lottava nel silenzio per proteggere la sua identità alla stregua degli scostanti cinghiali che infestavano le foreste intorno, restii a farsi addomesticare. E che protetto dall’ombra benigna e ad un tempo immutabile della Grande Montagna, esisteva determinato a spirare con dignità. A farsi apprezzare nel ricordo, a farsi rimpiangere in ogni istante e in ogni momento futuro, come un tesoro di valore perduto ma capace di creare l’illusione di essere semplicemente… nascosto. Dentro quell’ideale cestino di preziosi brilla come diamante favoloso il ricordo di lei, della sua figura bella, della sua accorta saggezza, del suo viso strano, dei suoi modi pacati, dei suoi racconti vissuti che illuminano come luce sfolgorante ogni giorno della mia vita.
Featured image, sole che sorge in Ogliastra, autore Rina Brundu

sabato 13 ottobre 2012

L'AQUILA








Vorrei essere l'aquila
Dalla vista acutissima
Dal passo regale

Vorrei essere come lei
Vorrei essere uguale

Vorrei spiccare il volo
Solcare cieli azzurri
e giocare con il vento

Vorrei essere l'aquila
Farmi beffa del tempo

Vorrei essere come lei
E lasciarmi trascinare
Dal capriccio del momento
Dall'estro dell'istante
Dal piacere di volare

Rina Brundu
Da Aphorism

mercoledì 3 ottobre 2012

SPOON RIVER D'OGLIASTRA 8


Ottobre. Parliamone, ecchesaramai, sono trascorsi cinque anni, sai. Ottobre. E quel suo appressarsi muto, gioco usato, falsato dal tempo, ma in fondo ben conosciuto. Che il silenzio lo sentivi fratello e a suo modo ti faceva più bello. Ottobre. Parliamone, ne converrai, sono passati cinque anni, ormai. Ottobre. E quel suo appressarsi lento, carico d’ogni malinconia e degli umori capricciosi del vento. Con il quale danzavano foglie, imbrattate di ruggine, d’ogni afflitto colore, abbandonate, perdute, smarrite, annullate nel loro infinito dolore. Parliamone, concorderai, perché non ne parliamo mai. Ottobre.Che sapeva di scuola, di grembiuli e fiocchi vivaci. Ottobre. Che sapeva di pioggia, di stradoni bagnati, di timide braci. Di orti intristiti intorno al villaggio, cataste di legna, storie senza coraggio. Ottobre. Che sapeva di noi, dei nostri sogni, del domani, di infiniti istanti strani. Ottobre. Dolce, infingardo. Ottobre. Cortese, bastardo. Ottobre.Che giuro per l’anima mia non avrebbe mai dovuto portarti via.
Rina Brundu in memoria, 1 Ottobre 2007 – 1 Ottobre 2012



lunedì 25 giugno 2012

BIG BANG



Di anime
che 
a volte
si sfiorano

Innescando
esplosioni
sopite
passioni
strane
sensazioni

E attimi di cielo
chiaro

Di anime
che
sono disegni
pensieri matrici
ideali capricci
antichissimi segni

E poi
si perdono.

Rina Brundu
Aphorism










venerdì 15 giugno 2012

BASKET





I miei pensieri sono
Gemme colorate

Rubini
Smeraldi
Perle decorate

Ambra
Giada
Corallo

Lapislazzuli
Diamanti

Brillanti
Smaglianti
Luccicanti

Luminosi
Lucenti

Splendidi
Raggianti

I miei  pensieri sono
La mia corona dentro.

RB 24.09.2011


FILOSOFICO: Spoon River dell'Ogliastra 6


Ti insegnavano, “is mannos (1)”, a loro modo. Per lo più non sapendo di insegnare. Ti insegnavano con il silenzio. Con gesti rari. Educati. Davanti al fuoco. Alla brace ancora ardente e alla cenere più fredda che si impadroniva del focolare e lo colorava della sua tinta smorta. Il fumo, a volte, non saliva lungo la cappa annerita e rientrava nella stanza, rosata, impregnandola del suo sapore, acre. Dalla finestra, minuta, dai vetri stanchi, entrava una luce diffusa, fastidiosa, a suo modo mancante. Di ogni splendore. A maggio tornavano i pastori. Dal Campidano e da ogni corno di Sardegna che nella brutta stagione aveva saputo di sole. Non era raro, allora, che qualcuno tra quelli si fermasse dai nonni. Per farsi raccontare. È fissato nel ricordo di bimba piccolissima la figura di un misterioso visitatore: gigante! Era un signore avanti negli anni, possente, una barba fluente, vestito di velluto scuro, portava i gambali e parlava poco. Mi guardava con occhi neri e profondi e di tanto in tanto annuiva ai discorsi-altri. Intimava rispetto ma non saprei dire perché. C’erano regole di quella atavica filosofia dell’anima che intuivo per affinità ma non riuscivo a spiegarmi. Non mi spiegavo la remissività apparente che mal si conciliava con il germe “balente” che, lo sapevo, viveva dentro di loro. Finanche di me. E non trovava pace. L’ombra sotto cui tale “tratto” prosperava era quella benigna e ad un tempo nefasta della grande montagna, antica di milioni di anni, abituata a comandare. Sul nostro destino, sui nostri pensieri, sulle nostre azioni mai troppo grandi. Ma senza riuscire a domarci. Quella combattuta era dunque antica guerra velata, riproposta ad ogni canto di gallo, ad ogni vagito di bimbo o ad ogni atteso ciclo di luna. Ma in tale continuata e silenziosa battaglia c’era scritto tutto di noi: piegati nel corpo ma spavaldi nell’anima. Soprattutto, liberi. Liberi come le aquile che pattugliavano i cieli chiari sbeffeggiando il cacciatore a valle. Liberi come i mufloni che dai crinali più aspri vegliavano sul loro futuro, segnato, fosse anche fatto di un solo domani. Liberi come leprotti che correvano veloci a nascondersi sotto l’ombrello che erano i funghi titani. Liberi come l’aria che nutriva lo spirito e respiravamo in abbandonza a titolo di compenso. Per il desco. Mancante. Di tutto. Il resto. Di tutto ciò che avrebbe dovuto fornirci coscienza della nostra identità. E delle sue possibilità. Dei nostri diritti e delle nostre speranze.
Ma, lui, il pastore gigante, pareva non farsene cruccio della contigenza, presente o passata, e proseguiva a “spiegarsi”, muto. Seduto su una sedia impagliata, poggiata alla parete quasi per carità, si limitava a fissare ora l’uno ora l’altro. Nella stanza. E non si muoveva. Quali storie mi nascondi? Pensavo. Speravo, le avrebbe rivelate almeno alla nonna, la quale, ne ero certa, le avrebbe riproposte la sera. Che lei aveva un dono per i racconti carichi di significato, per le morali importanti estrapolate dalla roccia più dura anche se a forza viva. L’ospite, era chiaro, non avrebbe proferito verbo. Non avrebbe impartito lezioni, non avrebbe commentato, illustrato, interpretato, chiarito.
Fu infatti nell’andarsene il suo dono più grande. Nella sedia vuota, nella cucina sgomberata del suo Essere essenziale, nelle domande mute destinate a diventare enigma. Per molti versi, eterno. Come dentro ogni filosofia degna che si interroga senza mai rispondersi e consegna un abbozzo di illuminazione alla mera benevolenza… del Tempo.
(1) lett. i grandi, gli anziani.Gregge di pecore donate dalla Sardegna ai terremotati fonte immagini google
Rina Brundu: da ROSEBUD . giornalismo online