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venerdì 3 gennaio 2014

La chiave di violino

Disegno di Domenica Luise


Una dimensione avatar, ma spirituale, dove
io sono io dentro me
multicolore. E inizio il trillo
strano bello non bello abissale
in precipizi su e giù. Alata e cornuta
dal riso al ghigno, comunque
a sprazzi macchie guizzi agonie
e sempre rivissuta. Amor dolore gioco
pensiero cuore e respiro
terra acqua fuoco e
prato mare astri, la metafora
è più concreta della realtà, così
esalo il canto della sirena sola
nel sole fra i soli e i soli.


Domenica Luise

sabato 1 giugno 2013

IL GIOCO E IL GIOGO

Così

nel pomeriggio di rumori solari

delle macchine in moto. E l’aria

azzurra con gorgheggi: la primavera
che odora. Il gioco
è leva al giogo scortica spalle.

Salto sulla campana
disegnata nel cortile col gesso bianco: uno
due tre quattro. Studiavo sempre
senza arrivare mai, l’estate
diventavo cigno in canto e incanto
libero. E ballavo
la morte per la vita e viceversa.

La poesia, per me, fu un masso
e una rosa, la prima del giardino.

Apro la finestra al respiro. Talora
invece
serro le parole nel forziere della mente, si srotolano
pezze di magnificenze
a colori, damaschi
e velluti intagliati dove l’innocenza
è un riflesso negli occhi.

Domenica Luise

(Elaborazione grafica su un quadro a olio 70 per 50) di Domenica Luise

mercoledì 13 marzo 2013

STRANE ALLEANZE


Poesia che fugge via
(senza Smartphone)

I buoni e i cattivi incominciarono a confondersi gli uni con gli altri sicché il male sembrò intelligenza e la bontà cretinaggine e tutti cercavano di imbrogliarsi  a vicenda, i cattivi perché erano cattivi e i buoni perché dice che si dovevano difendere.

Il pifferaio magico, dopo avere portato dietro di sé interi popoli fino al dirupo per scaraventarli in mare, fece alleanza con le sirene, che affascinavano  i naviganti divorandoli in salmì e al forno con le patatine. Ciò ormai non stupiva nessuno: erano tutti personaggi delle favole, non realmente esistenti, pure metafore al maschile e al femminile  della travagliata storia umana, ma quando si videro le bianche colombe gingillarsi fra le spire dei più velenosi serpenti e la libertà abbracciata alla tirannide, dissero, per il bene della nazione, che doveva uscire dalla crisi, allora una folla senza lavoro né progetto di futuro e frequentemente senza nemmeno un pasto decente nell’immediato presente si rimboccò le maniche e decise di reagire.
Però bisognava che il mondo fosse consenziente, ma il mondo una cosa diceva, una cosa pensava e un’altra cosa voleva fare. Tutti affermavano di essere democratici, si sa, è la consuetudine; pensavano che gli altri fossero un po’ scemi, molto ignoranti e facilmente incanalabili, appunto, mediante i canali televisivi pieni di sesso, delitti, donne nude e parolacce che distraessero l’attenzione dalla realtà concreta. Ed ognuno faceva il proprio interesse , sicché il dire, il pensare e il fare non coincidevano in alcun modo.
Secoli di menzogne avevano impietrito i cuori, devitalizzato il pensiero e schernito quei pochi ingenui onesti rimasti, che continuavano a credere nella poesia.
Tutti gli altri erano stati assorbiti nella straordinaria potenza economica, che aveva sostituito la famiglia, l’amore e l’amicizia.
Intanto studiavano chi usare come complice senza farsi mettere sotto e, col favore delle tenebre, organizzavano incontri segreti in zone neutre possibilmente prive di telecamere nascoste, una spiaggia rocciosa da raggiungere con l’aereo personale, il Sahara, l’Artico, l’atollo sperduto, il proprio panfilo. Lì i nemici televisivi giornalieri discutevano di notte per vedere se potessero diventare amici per finta. Alla fine al gregge bastava presentare un caprone bello e fatto, nessuno avrebbe capito mai che tutto il mondo l’aveva preparato e scodellato a proprio uso e consumo per finire di spolpare la plebe, che è così numerosa ed è l’unica che lavori, produca e paghi le tasse.
Allora tutto l’inferno esultò e i diavoli forniti di tridente punzecchiavano le anime facendo la ribollita a fuoco lento nei pentoloni di pece. Le alleanze si sottoscrivevano col sangue della carne e il gemito dello spirito e non c’era prepotente che non avesse il suo bel contratto tatuato sul petto al posto del cuore, sia pure ricoperto dalla maglietta della salute e dagli abiti firmati. Anche le donne si davano da fare egregiamente scopiazzando i peggiori difetti dei maschi e sviluppando l’astuzia del gentil sesso per incrudelire efficacemente alla faccia del dolce stil novo, ormai passato di moda da un po’ insieme al romanticismo e ai tramonti coi voli di farfalle tra i fiori. Fu così che sulla scempiaggine umana cadde il grigiore e la poesia fuggì sotto falso nome senza nemmeno portarsi appresso lo smartphone.

Domenica Luise


giovedì 28 febbraio 2013

LA VITA DEL CIGNO



La ballerina è fra le braccia
dell’amore amato o poesia.

 Sa di non sapere ed ivi
s’acquieta coincidendo. Il cigno
celebra la vita a braccia aperte
così. Ed è la musica
incarnata, amore nell’amore
ali bianchezza luce stelle
nel grande buio che grida
e colma. La fanciulla
è sostenuta sospesa elevata
risollevata sulle punte dei piedi
feriti e sul cuore
attraversato che si scioglie
a colori d’azzurro e di vento, eccomi
eccomi.

 Domenica Luise

Disegno eseguito al computer da Domenica Luise


lunedì 18 febbraio 2013

FU UN ANELLO INVISIBILE


più che se avessimo chiacchierato
come fidanzati tu ed io, io e te
in promessa di nozze.

Adesso cadono gli ultimi granelli e non sono
triste, tutti vorremmo
lasciare qualcuno o almeno qualcosa: un figlio
un amico, una poesia. Non la solita donna esemplare
di specchiata virtù e molta stupidità.

Questo volersi agganciare in qualche modo
sia pure instabile e intravedersi (piangeranno. Alcuni
dovranno venire per convenienza, peggio
per loro) è l’ultimo abbandono
non sanno niente di me, non hanno oltrepassato
quasi mai la soglia d’ingresso, ma talora
sono stati gentili, anche affettuosi
e ci siamo rispettati, perfino amati
e consolati.

Il nostro anello è rimasto segreto (adesso
ti sussurro le mie parole finali, la chiusa
di questa poesia e dopo
stupirò come nuova nella tua compassione).

Domenica Luise

giovedì 31 gennaio 2013

PUNTO DI EQUILIBRIO

La notte ha un punto nero nel quale mi risveglio, la placidezza

al centro del tifone nel giallo dei lampioni tra le serrande e
la luna e le stelle. È strano.

 Da dove come perché
e verso quale traguardo voliamo tutti
oltre tempo spazio e caducità.

 Il punto interrogativo
è un vecchio gobbo con gli occhi a terra
o uno spaventapasseri o un bastone
per la professoressa zoppa. Una gruccia
senza scopo perché manca l’abito corrispondente
e un appiglio disoccupato, che sta lì. Segno
in corteggiamento del punto senza toccarlo
mai, sempre esitante
smarrito nella selva o nell’oceano.

 Così adesso non sono più bambina
ed ho smesso di chiedere perché.

 Il punto interrogativo si è messo a ridere
trasformandosi in geroglifico umano. Ecco. Tutti uguali
a testa in giù, soldati nella trincea
dei pipistrelli. Avete, abbiamo
scritto la storia, sempre la stessa
lavagna di buoni e cattivi
per un fritto misto a imbandire
una mensa di chissà chi, chissà perché
chissà dove quando come forse.


 Domenica Luise

Rielaborazione grafica di Domenica Luise

mercoledì 19 dicembre 2012

I PASTORI DEL NATALE CHE VIENE

Elaborazione grafica di Domenica Luise

<Ragazze, ma lo sentite quest’accidenti di freddo?> brontolò un vecchio montone alle sue mogli, <Sissignore, che freddo, che freddo> lo assecondarono le pecore belando in coro.
<Amore, ti preparo una minestrina bollente?>.
<Ma no, ma no, è meglio una bevuta e un sigaro, corro a prendere il vino dalla botte>.
<Che dici? Qua ci vuole un bel massaggio sulla nuca e ti rimetto al mondo, spogliati che vengo>.
<Ma perché non puoi dormire, tesoro mio? Cosa succede stanotte? Poi domattina non hai la forza di stare sulle zampe e lo sai quant’è rabbioso il tuo capoufficio>.
<Ma domattina è Natale, non si lavora>.
<Invece sono tutte storie per farti compatire, va bene che ormai sei abbastanza decrepito e da pensione>.
<Coi nostri governanti che ci spremono? Adesso, mogli mie, quando viene quella sanguisuga a chiedere i soldi che cosa gli diamo, un po’ di fieno? Gli dovrò consegnare stipendio e tredicesima>.
<Ma che fa, ce la danno anche quest’anno la tredicesima?>.
<E sennò con che cosa paghiamo le tasse e l’imu dell’ovile? E va bene, noi siamo pecore di speranza, forse fra duemila anni tutti questi problemi non ci saranno più>.
L’ariete controllò allo specchio grande dell’ingresso se le sue corna fossero abbastanza lucide o avessero bisogno di una ulteriore lisciata, poteva scegliere la preferita tra quelle mogli servizievoli, ma che pazienza ci voleva. Femmine, inferiori ai maschi da sempre e per sempre, deboli, lagnose, benché discrete donne di casa, ma quante storie per partorire, tutte che strillavano e soffiavano.
E com’erano gelose le une delle altre, una cosa inqualificabile, che ben dimostrava la modestia del loro cervello. Ancora gli andava bene perché non avevano inventato i telefonini, altrimenti non gli avrebbero dato più pace.
In fondo, molto in fondo, la sua vita non era poi così rosea, e doveva pure guardarsi dagli altri maschi rivali, che gli volevano togliere ora una ora l’altra moglie e aggregarla al proprio harem.
Gli avevano fatto slittare l’età pensionabile e non avrebbe confessato mai a nessuno quanto gli facessero male i piedi e le ginocchia per i reumatismi incalzanti. Mai dare segni di debolezza o gli avrebbero fatto il subentro.
<Io mi sono stufata di lavare panni di carta e stenderli su quel filo ad ogni Natale> affermò la lavandaia alzandosi impetuosamente dalle ginocchia sulle quali stava piegata, <ho un appuntamento>.
Dall’interno di una casetta di cartone venne una voce stridula: <Comportati bene, figlia, altrimenti resti zitella e siamo rovinati, Almeno pigliati uno che ha un lavoro sicuro>.
<Il lavoro sicuro è finito> rise la ragazza con una mano sul fianco e la cesta coi panni asciutti sull’altro, <loro dicono che sarebbe noioso e dobbiamo cambiare sempre e lavorare tanto per pagare il mutuo della catapecchia o l’affitto della catapecchia e comunque la catapecchia, ormai le banche pigliano troppi interessi e vogliono troppe garanzie e nessuno ha più una catapecchia decente>.
<Dove stai andando, figlia mia? Bada che gli uomini sono cacciatori> disse la voce della madre altrettanto rauca dalla casa di cartone, <Mi sono innamorata dell’incantato della stella> rispose lei lasciando la cesta sulla soglia, <ma non ho intenzione di andarci a letto, voglio cuocerlo bene prima o non mi sposa>. E la ragazza partì.
<Ho paura che pesca e pesca qua non abbocca niente come il solito> fece il pescatore sullo stagno di specchio circondato da pietruzze raccolte a mare nell’estate precedente. Il suo collega gli sorrise: <Tranquillo, anche stasera mangeremo verdura selvaggia, speriamo che sia rimasto un po’ d’olio e che il pane non sia troppo duro, mi stanno cadendo alcuni denti, sono vecchio, ma non posso andare in pensione>.
<Siamo tutti sulla stessa barca> considerò l’altro mentre l’onda li dondolava con una certa, impertinente soavità.
Intanto si mise a nevicare e la stella, dall’alto dei cieli, scivolò sulla cima di una capanna piuttosto malridotta, le mancava perfino una buona parte del tetto. La stella illuminò una coppia e un bambino che vagiva a braccia spalancate, ognuno vide perfettamente per quanto fosse lontano e fosse buio:
<È nato anche quest’anno> gridarono, belarono, ragliarono e muggirono tutti insieme, anche i pesci dello stagno piroettarono.
<Questa non me l’aspettavo> brontolò il mugnaio svegliando sua moglie che si era addormentata davanti alla televisione, per quanto non fosse stata ancora inventata nemmeno quella, <che fai, dormi, amore?> le disse strattonandola, <Quante volte ti devo ripetere di non chiamarmi così forte quando mi abbiocco? > gridò lei furibonda, <poi mi sento male come ora, ecco>.
<Ma Lui è nato anche quest’anno> fece il marito afferrando due pagnotte ancora calde da portare alla grotta come faceva regolarmente da quando l’avevano modellato così bello, era solo riuscito un po’ più grande degli altri, difatti nel presepio l’avevano soprannominato “Il gigante”.
<È nato in questo caos? Coi peccatori incalliti e mummificati, i poeti disprezzati, le mamme che hanno la depressione post partum e i politicanti scatenati, le escort e il bunga bunga?>.
<È nato anche stavolta> fece il mugnaio afferrando la pelliccia di visone e porgendogliela.
<Sì, vengo, ma non mi metto quella…mi vergogno di averla pretesa…dammi la vecchia mantella, l’ho appesa fuori dai piedi, in alto e non ci arrivo senza salire sulla sedia. Tu, invece, sei bello alto> lo lodò, l’uomo ringalluzzì e arrossì perfino.  La lavandaia, che stava scambiando un bacio passionale, ma non troppo per non dare luogo a procedere, con l’incantato della stella rizzò la testa:
<Hai sentito, forse, piangere un bambino? Lui deve essere nato un’altra volta. I pannolini si devono ancora stirare, vado, tu comincia a correre alla grotta> disse scappando. E pensava: <È nato, lo fa ogni anno, niente e nessuno lo può fermare>.

 <Come ti senti, cara?> chiese Giuseppe a Maria mentre le luci della stella suscitavano mille colori di qua e di là e il focherello che egli aveva acceso sembrava un termosifone gigantesco, tanto riscaldava e sebbene nemmeno i termosifoni fossero stati ancora inventati.
<Bene, come tutte le volte. Il Bambino non mi ha fatto più male di un raggio di luce che mi ha attraversata>.
<Guarda, arrivano i pastori, come ogni anno>.
<C’è lo zampognaro nuovo e anche un gelataio… con tutta questa neve> ridacchiò Maria.


Domenica Luise



giovedì 13 dicembre 2012

LA NUOVA STAGIONE


L’uva è matura adesso, d’oro e nera
a diventare vino
per la bambola dei melograni, che porta
il suo cappello da passeggio sulle gambine storte
e guarda
dinanzi a sè con occhi di vetro
nel viso di porcellana.

I frutti segreti, amari fuori
e  aggrovigliati dentro in altre membrane
anch’esse amare,  ma non come la vita
quando mangi la scorza e tutto
diventa un grigiore marroncino
e la bocca piena di cemento
immobilizzata nel sorriso e la spalla
madida delle lacrime altrui raccolte
a secchiate.

                             Buon appetito, poetessa dell’amore che nessuno vuole.

Il vino inacidito
e la bambola è lesionata. Voglio
cambiare tavolo. L’inverno è arrivato
davvero. Prendo un fiammifero
per il mio corpo di paglia,  distruggere
purificare  ricreare.

Domenica Luise

(Quadro di Domenica Luise, olio su tela, 70 per 50)

venerdì 7 dicembre 2012

VIOLETTA E L'OMINO DI NEVE


Vuoi giocare con me? È capodanno

e ti faccio un regalo. Balliamo, così

non avrò più freddo. Abbiamo

gli occhi innocenti entrambi

e bianchi e belli. Ridiamo

in faccia alla vita di cui tutti si lagnano

incominciamo per primi? Lo so, sembra

impossibile.

Adesso ti racconto la favola

dell’omino di neve triste, che cercava

la sua donna di neve, ma invece

trovò una bambina calda, che lo squagliava se lo toccava

e che rabbrividiva al bacio accennato

ed al respiro.

Così

aspettarono un poco vicini e lei

si stringeva le mani nei guanti e lui

pensava di avere un buco al posto del naso

e un altro buco per bocca e due buchi

come occhi e il mento a punta e non era un bel vedere.

Il tempo di una fotografia in bianco e nero, d’altri tempi

feriti dall’innocenza. Poi

la bambina tornò di corsa in casa, al caldo

e lui restò fuori finché il freddo durava, l’indomani

si era squagliato per quella carezza. Iridescenza sull’acqua

che scorreva accanto al marciapiede.

                                                                                                               Domenica Luise

(Fotografo sconosciuto)

giovedì 6 dicembre 2012

ILLUSIONI

Abbiamo mescolato un po’ di fiaba
per sopravvivere. Un surrogato
inodore incolore insapore
e perfettamente inesistente.

 Meglio del nulla assoluto.

 E poi
potrebbe sempre esserci qualcosa di vero
se tutti lo dicono.

La bacchetta magica e il principe azzurro
risolvono molti problemi. Allora
ci distraiamo. Distogliamo
gli occhi dal campo di battaglia
e facciamo le parole crociate
invece della croce che tutti ci piglia.

Il tempo è passato, il film
è finito. Bisogna alzarsi
dalla poltrona di pietra
verso un’uscita a sorpresa.

Domenica Luise

Pittura a smalti su pietra di Domenica Luise

lunedì 19 novembre 2012

IL VELO DELLA SPOSA


Irregolare simbolo doloramoroso, volo
pindarico del sogno
di notte per sfuggire agli inseguitori
aspiranti stupratori.

 Porto il sangue del cuore
dalla violenza della conoscenza
che infetta l’aria odorosa
e la risata dei tre anni. I monti
si fondono col cielo e quasi si sfanno.

 Sopra dentro intorno il buio.
“Siamo uomini”.

 Mi drogo di poesia e di dolore, rido
per non piangere. E racconto la favola
di un’usignola stonata che cantò. Come il ragno
intesso il velo da sposa, ma
non per catturare. E la corona di spine
ne è il diadema in fiore.

 Ho visto i miei figli torturati
umiliati e uccisi, io
sopravvissuta apparente.

 La poesia è una verità velata.

Muoio di poesia. Ogni colore è una parola
ogni parola un canto e il canto grido e
il grido dell’essere umano
è lo spirito dell’oltre.

Domenica Luise

(L’immagine è una rielaborazione grafica di Domenica Luise su un particolare del proprio affresco Le poetesse radiose).

sabato 10 novembre 2012

TAMBURIMBUM


Dipinto di Domenica Luise

Una farfalla bianca batte
amor dolore gioco
e non sa darmi risposte
che ho smesso di chiedere.

 Però c’è il velo, il serto e i profumi.

 Chi guarda non vede, ma nemmeno guardano.
Ricevo le notizie dal buco del salvagente
sussurrate nell’orecchio poetico
e vado in delirio. Il pianeta
si torce nel parto.

 Questo amore è una freccia da parte a parte
fiamma ossidrica all’anima, nube di fumo
e petalo di pesco che buca la corteccia, fiore
frutto e nocciolo di vita
in abbraccio.

La speranza osa vette inaspettate
a riposare i silenzi.

Adesso raccolgo le mie reliquie
d’oro d’argento sangue e carne. C’era una volta
un’usignola non più stonata. Il tempo
batte la sua vittoria, e dopo?

Domenica Luise

(Elaborazione grafica di Domenica Luise) Dal suo blog parole dal silenzio e colori dal buio

domenica 23 settembre 2012

LA DIVINA COMMEDIA SECONDO MIMMA


In fine del cammin di nostra vita

cent’anni e rotti in internet oscura
di pianti e lai mi ritrovai smarrita.

Ahi, quali affanni, duolo e che paura
strizzarono il mio core in tale sorte
e zoppicando entrai nella radura.

 Paga, satàn, paga satàn a morte
strillava Monti con la voce chioccia
ricevendosi in viso molte torte.

Fu allora che dall’alto di una roccia
Domenica Luise si tuffava
con le braccia aggrappate alla capoccia.

 Ella peraltro la poesia che amava
qual salvagente per andare a fondo
usò dell’alma umana nella lava

dalle tenebre buie di questo mondo
fino all’iperuranio glorioso
di luce chiara e canti assai giocondo.

Tempi crudeli fecero il maestoso
furore giovanile surgelare
recalcitrando qual cavallo ombroso

e qual cavillo da sperimentare
a salvezza delle anime perdute
e contro ogni speranza ormai sperare.

La bufera immortal, che l’alme mute
travolge stringe e sbatte infuriata
non ha pietà delle teste canute

né dell’umanità triste e malata
ovver dei ragazzini viziati
in una sorte certo assai ghiacciata.

Ed i politicanti disperati
litigiosi, imbroglioni e così sia
all’inferno per sempre rigettati

ma non da soli, in buona compagnia
di bugiardi, pedofili e assassini
che di ogni onore fanno simonia.

 Domenica Luise

(File disegnato al computer da Domenica Luise)

martedì 18 settembre 2012

UN LABIRINTO


senza risposte

né attese, ogni tanto
brilla un lustrino di luce finta.

Stiamo così, sbalorditi
mendicanti dell’essere
che sperano una speranza non caduca
o insicura. Stridiamo
canti di pavoni.

Cerchiamo l’eden nella palude. E la poesia
al centro, ammantata di segreti
dei segreti di altri segreti, abitante
succosa del luogo assetato.

Sulle nostre bocche di terracotta
restano le parole dei morti
sempre uguali nei millenni, dalla pietra
al computer: Amor dolore gioco.

Ed oltre.

Domenica Luise

(Elaborazione grafica di Domenica Luise con proprie fotografie)