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sabato 2 maggio 2015

Da terra alla terra - racconto pubblicato nell'antologia LA VITA IN PROSA

E' appena uscita l'antologia di AA VV La vita in prosa, edita da Puntoacapo Editrice, con la collaborazione di Dedalus.
In questa raccolta, è compreso, tra gli autori segnalati, il seguente racconto di Gavino Puggioni.


Da terra alla terra


Da bambino abitavo nella mia Finagliosu, uno stazzo situato nell'entroterra fra Stintino e l'Argentiera, non distante da Porto-Torres, l'antica Turris Libissonis, di epoca romana.
Quel posto era ed è stato il paradiso della mia infanzia, perduta, ahimè! e ritrovata assai dopo, in quella memoria, mia e nostra, che ha milioni di megabyte che sono ancora, scientificamente, da scoprire.
Di quel paradiso ho ricordi nitidi anche di persone che cercavano di arrivarvi, non tutte buone...molti cattivi, molti maligni, pure raccomandati, per fare i custodi di greggi o per costruire un pozzo o, alla fine, per una semplice battuta di caccia e non solo al cinghiale.
Ma io, da bambino, di queste cose non sapevo niente, credevo di vivere la terra, dentro la terra, quella vera, fatta anche di fango, quello naturale, quello che, a volte, mi sporcava irrimediabilmente le scarpine pulite che si calzavano una volta alla settimana per andare alla messa domenicale, nella chiesa di San Costantino, a La Pedraia, distante un paio di chilometri, percorsi sempre a piedi, col sole o la pioggia, ai margini di un campo di grano o avena, subito dopo riparato da un  tranquillo boschetto di ulivi, oleandri, piante di mirto e querce secolari.
E il cielo sopra, grigio azzurro o come Lui voleva, mi diceva nonna Feffa che di tempo e di nuvole se ne intendeva, altro che Bernacca!
A qualche chilometro di distanza c'era la miniera di Canaglia, solo ferro e, dopo ancora, adagiato verso il mare, l'antichissimo borgo dell'Argentiera, miniera di blenda e argento, adesso residuato archeo-industriale, in cerca di altra luce che spero venga a risplendere assai presto.
Ricordi? Certo e anche ricordi bambini perché tali si era in quella natura ancora incontaminata dove nonna Feffa, gli anziani e babbo, seppur giovane, erano i fari sempre accesi, per una vita, la mia, la nostra, per tante vite che si stavano aprendo alla terra, quella terra dalla quale, pochi anni più avanti, avremmo dovuto “fuggire” per colpa del Fato avverso, ancora presente ma sempre latente.

Ho vissuto in quello stazzo gli ultimi anni di quel “fascio” di vita, non ho e non abbiamo patito la fame la sete la miseria di quella guerra, nemmeno persecuzioni. Semmai, tutto il contrario, in quell'oasi, e non era la sola, poiché la campagna era fertile e donava i suoi frutti, era coltivata  nel rispetto delle stagioni, popolata da tanti contadini che l'amavano e la rispettavano e babbo era uno di quelli, orgoglioso del proprio lavoro e di donare ad altri quel che loro veniva piano piano a mancare.

Entrambe le miniere, quella di Canaglia e dell'Argentiera, lo venni a sapere dopo, erano obiettivi possibili per bombardamenti nemici, come d'altronde l'Asinara e il porto commerciale di Porto-Torres, e questo per togliere ricchezza che produceva, oltretutto, anche estrema miseria umana, regalata a quegli operai per lavorare ed esserne anche degni!
E allora succedeva che da quelle miniere, due o tre volte alla settimana, forse di più, ora non ricordo bene, partiva “l'allarme”, sibili prolungati di sirene (mai odissee!) che creavano il massimo panico fra gli adulti perché tutti si aspettavano bombardamenti a raffica, esplosioni e distruzioni di quel poco che esisteva ma che era tantissimo per noi.
L'allarme durava una trentina di minuti durante i quali babbo, mamma, nonna e tutti gli altri si andava di corsa verso una collinetta vicina, alla cui base c'era e c'è ancora una grande grotta di roccia granitica, chiamata  “la curona di ri faddhi” (la corona delle fate) e là, dentro, decine e decine di persone si rifugiavano, in attesa di quegli eventi tragici che grazie al cielo non sono mai avvenuti. Solo paura, terrore, spavento, anche se a noi, bambini, niente sembrava stesse accadendo se non l'incanto e la meraviglia di vedere tante persone, lì radunate, a guardarsi in faccia, chi a parlare, chi a pregare e si vedeva anche qualche rosario sgranellato da fragili dita di altre nonne assieme alla mia che l'aveva sempre in tasca del grembiule da cucina.

Qualche tartaruga si avvicinava alla grotta, girava tra di noi, non aveva paura, brucava steli verdi e teneri assieme agli amici passerotti mentre alcuni cani, Fido, Nerone, Mani Bianca, ci facevano da guardia ma non capivamo da chi.
Quando l'ultimo dei tre sibili di sirena cessava di farsi sentire, un boato di voci, un battimani all'unisono, quasi una liberazione, gli occhi puntati al cielo terso e...via!, tutti fuori da quella grotta, pacche sulle spalle, qualche abbraccio, perfino lacrime da occhi di coloro che in quella guerra avevano già perso un padre, un fratello, un amico.

E allora, noi bambini, di nuovo liberi, incontrollati in quella campagna, giù nel sentiero che portava fino a casa, fino al patio grande dove svettava il mio olmo, un gigante della natura, vecchio di oltre cent'anni, testimone di altre vite ed ora della nostra, della mia, rimasta nella sua ombra per sempre.

Per tanto tempo mi sono arrampicato nei piani alti delle mie memorie, ricavandone, pure, file sfilacciate di ombre mnemoniche, fino al fastidio dello spirito, al quale non si può comandare nel suo ramingo andare.
Eppure questa età non mi vieta, anzi, non mi nega mai quel piacere che provo quando, apparentemente solo, ritorno in quei viali della mia infanzia, veri e anche surreali, quasi metafisici, quando la vita aveva altro significato, come il suo senso che ne scandiva le giornate, le ore e i giochi, quelli di una volta, impregnati, tutti, dai profumi di una terra che si offriva al sole, alla luna, ai duri inverni, alla leggiadria della primavera, ai meriggi assolati delle lunghe estati, alle malinconiche giornate d'autunno.
  Mi verrebbe da scrivere mondo antico, ricordando o emulando i tempi di Fogazzaro, ma lo sfioro soltanto, perché, quello mio, davvero, è ed è stato quel piccolo mondo antico da cui ho tratto vita e vitalità, da cui ho tratto, molto dopo, ansie e dolori coccolati, tuttavia, da una coltre calda e indistruttibile del mio pensiero, divenuto essenza. Essenza colma di mille e un cassettino, dove la memoria è andata a pescare i suoi segni coi suoi sogni, pagine scritte mentre il sole bruciava le messi o i fulmini abbattevano l'ultimo degli alberi più vecchi, naturalmente.

Ed ora, al contrario, mentre apro le porte della senilità, mentre ripercorro, a mo' di gambero, il mio tempo passato e quasi remoto, mentre tento di fare addizioni a tutte le sottrazioni subite, mentre credo di trovarmi solo, al bivio di questa vita, mi chiedo se io o il mio alter ego sono in grado di continuare in questo guazzabuglio di disordine umano dentro il quale, non volente, mi sono ritrovato. Non riesco a svincolarmi da questa rete, invisibile ed inossidabile, perché il mondo che mi ospita vive un'altra vita, si nutre di altri valori, ama l'indifferenza, è armato d'arroganza e s'empie, ma ha già debordato, di un vocabolario nuovo che lascerà cicatrici dolorose  alle future generazioni le quali, spero, non abbiano mai a nutrirsene.

Il brusio di sentimenti, le esclamazioni di gioia per un oggetto nuovo o ritrovato, l'interesse al bene comune, come la grande brocca o la giara da cui usciva acqua per tutti, l'abbraccio universale alla verità, all'umiltà, alla dignità umana, al rispetto di chi lavora e di chi non lavora e non ha i mezzi per sopravvivere, ebbene, questi sentimenti sono venuti a mancare, sono divenuti pezzi di granito dove una volta si poteva scavare, ora non più.

Si viaggia per la conoscenza (anche per la virtù?), per il piacere di sapere, ma si viaggia anche per fare e portare la guerra, anche quella odiosa delle religioni, molto diversa da tutte le altre.
Si naviga per mare ed oggi anche per terra, per cui anch'io sono diventato un navigante, statico e virtuale e me ne prendo tutta la responsabilità, poiché anch'io ho seguito una moda, un modus vivendi dal quale non bisognerà mai farsi sopraffare. E comunque questo navigare non mi appaga, essendo impreparato a tutto ciò che giornalmente cambia e mi crea quasi confusione, mi fa diventare ateo, non credente verso l'anima di questa terra che ha perduto la sua unicità, il suo mistero, questa terra che sta perdendo la sua storia perché la stanno ricostruendo in provette di un futuro che agli uomini restituirà ben poco.
Quel tanto di buono che s'era creato si sta sfaldando in altrettanti pezzetti di terra dove non si sa più cosa fare o rifare. Si distrugge e basta, ben sapendo che un'altra arca di Noè non avrà più ragion d'esistere.

Forse, in un futuro lontano, il Polo Nord e il Polo Sud si incontreranno ma non avranno mani e braccia per stringere amicizia.
La Terra, quella nostra, abita nuda al loro centro e si surriscalda non tanto per l'amore quanto per l'odio che vi si versa, che diventa fuoco e fiamme, pericolosi anche per i ghiacciai, una volta eterni.

E allora ci sarà un'altra storia.

Gavino Puggioni


 



venerdì 24 aprile 2015

LA VITA IN PROSA - Antologia AA VV



In questa Antologia di AA VV edita da Puntoacapo Editrice con la collaborazione di Dedalus di Ivano Mugnaini, è contenuto un racconto di Gavino Puggioni, dal titolo DA TERRA ALLA TERRA.
A fargli compagnia, anche il racconto di Tommaso Mondelli Un incontro inatteso e quello di Danila Oppio Ricordi d'infanzia.


sabato 24 agosto 2013

Quel senso della vita

Appunti e riflessioni


Per tanto tempo mi sono arrampicato nei piani alti delle mie memorie, ricavandone, pure, file sfilacciate di ombre mnemoniche, fino al fastidio dello spirito, al quale non si può comandare
nel suo ramingo andare.
Eppure questa età non mi vieta, anzi, non mi nega mai. quel piacere che provo quando, apparentemente solo, ritorno in quei viali della mia infanzia, veri e anche surreali, quasi metafisici, quando la vita aveva altro significato, come il suo senso che ne scandiva le giornate, le ore, i giochi, quelli di una volta, impregnati, tutti, dai profumi di una terra che si offriva al sole, alla luna, ai duri inverni, alla leggiadria della primavera, ai meriggi assolati delle lunghe estati, alle malinconiche giornate d'autunno.
  Mi verrebbe da scrivere mondo antico, ricordando o emulando i tempi di Fogazzaro, ma lo sfioro soltanto, perché, quello mio, davvero, è ed è stato quel piccolo mondo antico da cui ho tratto vita e vitalità, da cui ho tratto, molto dopo, ansie e dolori , coccolati, tuttavia, da una coltre calda  e indistruttibile del mio pensiero, divenuto essenza. Essenza colma di mille e un cassettino dove la memoria è andata a pescare i suoi segni coi suoi sogni, pagine scritte mentre il sole bruciava le messi o i fulmini abbattevano l'ultimo degli alberi più vecchi, naturalmente.

Ed ora, al contrario, mentre apro le porte della senilità, mentre ripercorro, a mo' di gambero, il mio tempo passato e quasi remoto, mentre tento di fare addizioni a tutte le sottrazioni subite, mentre credo di trovarmi, solo, al bivio di questa vita, mi chiedo se io o il mio alter ego sono in grado di continuare, in questo guazzabuglio di disordine umano dentro il quale, non volente, mi sono ritrovato. Non riesco a svincolarmi da questa rete, invisibile ed inossidabile, perché il mondo che mi ospita vive un'altra vita, si nutre di altri valori, ama l'indifferenza, è armato d'arroganza e s'empie, ma ha già debordato, di un vocabolario nuovo che lascerà cicatrici dolorose  alle future generazioni le quali, spero, non abbiano mai a nutrirsene.

Il brusio di sentimenti, le esclamazioni di gioia per un oggetto nuovo o ritrovato, l'interesse al bene comune, come la grande brocca o la giara da cui usciva acqua per tutti, l'abbraccio universale alla verità, all'umiltà, alla dignità umana, al rispetto di chi lavora e di chi non lavora e non ha i mezzi per sopravvivere, ebbene, questi sentimenti sono venuti a mancare, sono divenuti pezzi di granito dove, una volta, si poteva scavare, ora non più.

Si viaggia per la conoscenza (anche per la virtù?), per il piacere di sapere, ma si viaggia anche per fare e portare la guerra, anche quella odiosa delle religioni, molto diversa da tutte le altre.
Si naviga per mare ed oggi anche per terra, per cui anch'io sono diventato un navigante, statico e virtuale e me ne prendo tutta la responsabilità, poiché anch'io ho seguito una moda, un modus vivendi dal quale non bisognerà, mai, farsi sopraffare. E comunque questo navigare non mi appaga, essendo impreparato a tutto ciò che giornalmente cambia e mi crea quasi confusione, mi fa diventare ateo, non credente verso l'anima di questa terra che ha perduto la sua unicità, il suo mistero, questa terra che sta perdendo la sua storia perché la stanno ricostruendo in provette di un futuro che agli uomini restituirà ben poco.
Quel tanto di buono che s'era creato si sta sfaldando in altrettanti pezzetti di terra dove non si sa più cosa fare o rifare. Si distrugge e basta, ben sapendo che un'altra arca di Noè non avrà più ragion d'esistere.

Forse, in un futuro lontano, il Polo Nord e il Polo Sud,  si incontreranno ma non avranno mani e braccia per stringere amicizia.
La Terra, quella nostra, abita nuda al loro centro e si surriscalda  non tanto per l'amore quanto per l'odio che vi si versa, che diventa fuoco e fiamme, pericolosi anche per i ghiacciai, una volta eterni.
E allora ci sarà un'altra storia.

Gavino Puggioni

  

domenica 31 marzo 2013

I PASTICCIOTTI E LE UOVA DI CIOCCOLATO


E' una storiella adatta per Pasquetta, da fare leggere ai bambini, che si divertiranno un sacco: a me vengono in mente quattro bambine bellissime e molto simpatiche. Chi sono? Ma è facile! Si chiamano  Aurora  Elisa Ilaria e Matilde (i loro nomi sono in ordine alfabetico, non in ordine di simpatia o di bellezza perché sono tutte quante amori del nonno!) E chi è il nonno? Ma dai! Non l'avete ancora indovinato? E' il titolare di questo blog, il poeta Gavino Puggioni! E allora, dovere del nonno è far leggere questa bellissima storiella alle sue nipotine!

I Pasticciotti sono tornati alla carica, ed io ringrazio infinitamente le creatrici di queste storie molto divertenti: Storie di Francesca Buraschi, illustrazioni di Cecilia Buraschi
Via Provinciale 58, 44034 Cesta (FE) | Contattaci (e-mail)http://pasticciotti.it/#



A Regnodorato è arrivata la Primavera e i Pasticciotti, nonostante il bel tempo, continuano a lavorare senza concedersi un attimo di riposo. Pasqua è ormai alle porte e bisogna decorare le uova di cioccolato, infornare le colombe, preparare le pastiere, far lievitare le pizze pasquali. Insomma, come al solito, in pasticceria c'è molto lavoro da sbrigare e il telefono squilla in continuazione.
A Caramello e Crostatina è stato assegnato il compito di occuparsi delle uova di Pasqua: servendosi di appositi stampi, i due fratelli devono plasmare il cioccolato fuso, fino a che questo non assume la forma di un uovo vero e proprio. Alcune uova saranno più grandi, altre più piccole e, a seconda delle richieste, i giovani pasticceri useranno il cioccolato al latte, il cioccolato fondente oppure il cioccolato bianco, con o senza aggiunta di mandorle.
Quando le uova sono pronte, Crostatina le decora con lo zucchero colorato e le avvolge nel cellophane trasparente, di modo che i meravigliosi disegni apposti su di esse siano ben visibili a tutti. Le uova di Pasqua occupano un intero angolo della pasticceria e ogni bambino che entra in negozio si precipita in quella direzione per scegliere l'uovo dei suoi sogni.

Ma la mattina di Pasqua, i Pasticciotti entrano in negozio e notano con stupore che... le uova sono sparite! «Che storia è questa? Dove sono le nostre uova?» domanda incredula Crostatina. «Ehi, qui c'è una carota... .e c'è anche un biglietto...», mormora stupito Caramello.
Mamma Meringa raccoglie da terra uno strano bigliettino e inizia a leggerlo:

«Accidenti!», sbraita Papà Babà, «ci voleva anche questa! Un coniglio ha preso in ostaggio le nostre uova!». «Il grosso del lavoro, però, è stato fatto e abbiamo venduto un sacco di dolci. Che ne dite di chiudere il negozio per questa mattina e di divertirci qualche ora all'aria aperta?», chiede Mamma Meringa al resto della famiglia. «Umm...», brontola Papà Babà, «... va bene! Dopotutto è Pasqua e ci meritiamo un po' di riposo anche noi!».
Mamma Meringa riprende la lettura del bigliettino e si sofferma sul primo indovinello:


«Non è un re ma ha la corona? Ehi, quel coniglio ci sta prendendo in giro! Che buffonata mai è questa?», brontola stizzito Papà Babà. «Ma Papà, si tratta ovviamente di una metafora. Per risolvere gli indovinelli bisogna fantasticare un po'», spiega Crostatina. «Esatto!», annuisce Mamma Meringa. «Mhmm... vediamo...», sussurra Crostatina, «dobbiamo pensare ad un animale che canticchia soprattutto alla mattina e ha in testa qualcosa che sembra una corona...».
«Il Gallo!», urla a squarciagola Caramello. «Ottima intuizione, figliolo!», si complimenta Mamma Meringa. «Il gallo ha la cresta, che può sembrare una corona. Ed è il primo animale che canta al sorgere del sole. Presto, dirigiamoci verso il pollaio!».
L'allegra famigliola, dopo aver preparato i cestini per un pic-nic pasquale, esce dalla bottega e si incammina verso il pollaio in cui vivono Mamma Gallina e Papà Gallo. «Salve Papà Gallo, è per caso passato di qui un Coniglio?», chiede Papà Babà. «Chicchirichì, certo che sì!», risponde Papà Gallo canticchiando, «e ha lasciato un biglietto per voi proprio qui, chicchirichì».


Papà Gallo fa passare il bigliettino tra i buchi della rete del pollaio e Mamma Meringa, dopo averlo srotolato, inizia a leggere il secondo indovinello:


«Ohibò! Questa volta si tratta di un fiore...», balbetta Papà Babà, sempre più coinvolto da questa singolare caccia al tesoro. «Bravo Papà! Un fiore giallo e alto... da cui si ricava un olio...», riflette Caramello a voce alta.
«Il Girasole!», grida Crostatina. «Brava cara, è proprio il Girasole: alto, giallo, amante del sole. E da questa pianta si produce un olio che ben conoscete anche voi: l'olio di semi di girasole», spiega Mamma Meringa. «Nonna Sfogliatina li coltiva nella sua serra e può darsi che alcune piante siano già fiorite. Andiamo a dare un'occhiata!», propone entusiasta Crostatina.
I Pasticciotti si dirigono verso la serra di Nonna Sfogliatina che, non appena li vede, si precipita verso di loro ancora in camicia da notte, farfugliando qualcosa di incomprensibile in merito ad un Coniglio. «Tranquilla nonna! Hai detto che un Coniglio è entrato nella serra?», le chiede Caramello. «Sì, mio caro, ho paura che mi abbia mangiato tutte le carote», risponde preoccupata la nonnina. «No, nonna, non ti angustiare. Quel Coniglio è così occupato a giocare che non ci pensa neanche un attimo a mangiare!»


Dopo aver rassicurato Nonna Sfogliatina, i Pasticciotti entrano nella serra e, proprio accanto al girasole più alto, trovano il terzo biglietto del Coniglio Pasqualino. Questa volta l'indovinello non è affatto semplice:


Papà Babà, sicuro di aver trovato la soluzione all'indovinello, grida: «È la lumaca!!!». Gli altri membri della famiglia lo guardano pensierosi. «Che c'è?», chiede Papà Babà perplesso, «Non va bene? La lumaca porta la sua casa sulle spalle e si muove lentamente...». «Hai ragione, Papà», gli risponde Crostatina, «... ma c'è anche un altro animale che si muove con lentezza e ha la casa sulle spalle... la tartaruga!».


«Brava, Crostatina! È questa la risposta giusta!», esulta Caramello, mentre Papà Babà si rammarica per non aver indovinato nemmeno questa volta. Mamma Meringa, invece, appassionata di documentari sugli animali, ne approfitta per insegnare qualcosa ai suoi ragazzi: «la risposta di Crostatina è giusta perché la tartaruga, a differenza della lumaca, può vivere fino a 150 anni. L'indovinello parla di un animale vecchio e rugoso, quindi direi che si tratta proprio della tartaruga. Proseguiamo per il laghetto, dove vive Adalgisa, una vecchia tartaruga amica di Nonna Sfogliatina.
Non appena i Pasticciotti arrivano al laghetto, Adalgisa, spaventata, si ritira dentro al suo guscio. «Ehi Adalgisa, vuoi un dolcetto?», le chiede Mamma Meringa, sapendo che la vecchietta ha un debole per i dolci alla frutta. Adalgisa, pian pianino, sporge la testolina e Crostatina le allunga un muffin alle mele.


Quando la vecchia tartaruga si è un po' tranquillizzata, i Pasticciotti le chiedono se ha visto passare di lì un Coniglio. Adalgisa annuisce e, dopo essersi ritirata nella sua casetta, fuoriesce nuovamente dal guscio allungando a Mamma Meringa un bigliettino, su cui è scritto il quarto indovinello:


«Dai, Papà, questa volta è facile!», gridano divertiti Caramello e Crostatina. «È un ortaggio verde e tondo contenuto in un bacello...», suggerisce Mamma Meringa a Papà Babà, che per una volta azzecca la risposta giusta: «È il pisello! E ce n'è un campo proprio dietro alla casa di Zio Amaretto! Presto, andiamo in quella direzione!». Arrivati all'abitazione dello Zio, questo li accoglie a braccia aperte e li accompagna nel campo di piselli. Ma le piante sono tante ed è davvero un'impresa trovare il biglietto del Coniglio.



Stanchi di cercare e anche un po' affamati, i Pasticciotti si siedono tra le piante di piselli per gustare i loro panini farciti e invitano al pic-nic anche Zio Amaretto. Ma proprio mentre stanno per stendere la loro tovaglia a quadri, ecco che tra l'erba spunta il bigliettino con l'indovinello finale




«Un altro animale... E questa volta sembra che il Coniglio stia parlando di un topo con le ali... che dorme appeso a testa in giù», mormora pensoso Caramello. «Il pipistrello!», grida Mamma Meringa. «Bravissima!», si congratula con lei Crostatina, «Ma... dove li troviamo i pipistrelli?»
«Dopo il campo, verso la collina, ci sono alcune grotte...», suggerisce Zio Amaretto. «E più di una volta, da quelle parti, mi è capitato di vedere dei pipistrelli che volavano in cerchio sul far della sera. Ora, essendo ancora giorno, staranno dormendo... appesi alle rocce e a testa in giù, proprio come dice il Coniglio!».
I Pasticciotti, dopo aver ringraziato lo Zio per i preziosi suggerimenti, entrano nella grotta più grande e, accolti dai ghigni dei pipistrelli, ritrovano tutte le loro uova! Caramello e Crostatina sprizzano gioia da tutti i pori: la caccia al tesoro è stata molto divertente e ora le uova di cioccolato sono in salvo... ma... dov'è il Coniglio?
Proprio in quel momento, da una roccia spuntano due orecchie di pelo bianco. «Coniglio Pasqualino! Esci di lì, non siamo arrabbiati con te», esordisce Mamma Meringa. «Dici davvero?», chiede il Coniglio, temendo l'ira del Pasticciotti. «Certo! E c'è una torta per te!», aggiunge Mamma Meringa.

Il Coniglio Pasqualino, goloso e rincuorato, esce dal suo nascondiglio e si avvicina saltellando ai Pasticciotti, che nel frattempo hanno preparato tutto il necessario per consumare finalmente il loro pic-nic. «E che torta mi avete preparato?», domanda curioso il Coniglio.
Mamma Meringa si avvicina al Coniglio e, dopo averlo guardato negli occhi, gli sussurra:
«La tua torta mangerai,
solo se l'ingrediente indovinerai.
Arancione è il suo colore
e dolciastro è il suo sapore.

Cruda, lessa o sbollentata,
sono un tubero, ma non sono la patata.
Non sono una zucca, non sono una trota,
il mio nome è... »
Il Coniglio Pasqualino, stupito dall'abilità di Mamma Meringa ma abituato anche agli indovinelli più difficili, risponde immediatamente: «La carota!»
«Bravo, Coniglio Pasqualino!», esultano i Pasticciotti. «E del resto, quale dolce avremmo mai potuto preparare ad un Coniglio, se non una torta di carote?».



I Pasticciotti, in compagnia del Coniglio Pasqualino, brindano alle uova ritrovate e, tra un sandwich ripieno e una fetta di torta, trascorrono la giornata in allegria, ripensando all'indimenticabile caccia al tesoro che li ha tanto divertiti.

mercoledì 16 gennaio 2013

CONCORSO DEDALUS


La terza edizione del Concorso LA VITA IN PROSA organizzato in collaborazione con puntoacapo Editrice, ha visto la partecipazione di 190 Autori, per un totale di 357 lavori inviati da tutte le regioni italiane.

La Giuria del Concorso, composta da Adrian Bravi (scrittore), Roberta Lepri (scrittrice), Mauro Ferrari (poeta, critico, direttore editoriale di puntoacapo Editrice), Alessandra Paganardi (scrittrice, collaboratrice di riviste letterarie nazionali), Daniela Raimondi (poeta e scrittrice), Valeria Serofilli (scrittrice, presidente del Premio Astrolabio), e da Ivano Mugnaini (ideatore e curatore del Concorso, scrittore, direttore della collana di narrativa AltreScritture di puntoacapo Editrice), ha valutato i testi inviati, rilevando anche per questa edizione un livello qualitativo soddisfacente tenendo conto della grande varietà di stili, generi e temi, a testimonianza di percorsi personali variegati e interessanti.
La Giuria, che ha valutato i racconti in forma anonima, ha effettuato una prima selezione, in seguito a cui sono emersi i lavori dei seguenti Autori ritenuti degni di segnalazione:
Luigi Arena, Martina Barducci, Susanna Barsotti, Bruno Bianco, Monica Boccaccio, Tiziana Boccaccio, Martina Bono, Luca Boschetti, Maria Vittoria Boschiero, Antonella Brighi, Loretta Buda, Rosalba Calcagno, Enzo Campi, Marco Capponi, Davide Castiglione, Letizia Castronai, Maria Gisella Catuogno, Antonio Cernuschi, Pino Chisari, Alessandro Corsi, Caterina Davinio, Gabriele De Mori, Lorenzo Falletti, Guillermo Fava, Nicola Gaggelli, Filippo Gatti, Alessia Gonfloni, Arjan Kallço, Anna Lamarina, Anna Rita Lisco, Ilaria Mainardi, Matilde Maisto, Monica Martinelli, Roberto Morpurgo, Fabio Muccin, Franca Oberti, Damiano Pepe, Gavino Puggioni, Maria Sanchez Puyade, Marco Righetti, Marco Rodi, Massimo Sannelli, Antonella Santoro, Vittorio Sartarelli, Fulvio Segato, Angela Siciliano, Danila Talamo, Michelina Turri, Giuseppe Vetromile, Lucia Visconti, Elena Volonterio, Elisabetta Zanasi, Mara Zanetti, Silvia Zordan, Giuseppina Zupi.
Un’ulteriore cernita ha evidenziato i testi dei seguenti Autori, a cui è stata attribuita la qualifica di Finalisti:
Maria Vittoria Boschiero, Antonella Brighi, Davide Castiglione, Caterina Davinio, Lorenzo Falletti, Anna Rita Lisco, Roberto Morpurgo, Maria Sanchez Puyade, Marco Righetti, Marco Rodi.

Dalla valutazione dei racconti finalisti, è emersa la seguente classifica:

Racconti VINCITORI :
Primo classificato: Muette , di Roberto Morpurgo
Secondo classificato: Un brillio di smeraldo , di Caterina Davinio
Terzo classificato: Il quaderno dei bottoni , di Anna Rita Lisco
Racconti SEGNALATI EX-AEQUO :
La lettera A , di Maria Vittoria Boschiero
Segmenti , di Antonella Brighi
L’elefantino verde , di Davide Castiglione
Dalla canicola al blu , di Lorenzo Falletti
L’automa , di Maria Sanchez Puyade
La fuga , di Marco Righetti
Fuggo via , di Marco Rodi .
I racconti dei primi tre Autori classificati verranno pubblicati in una plaquette edita da puntocapo Editrice ed inserita nella Collana AltreScritture narrativa.
Come da Bando di concorso, puntoacapo Editrice si riserva inoltre di pubblicare, con regolare contratto di edizione, in volume singolo o nei Quaderni di Narrativa Contemporanea “Dedalus”, alcune opere degli Autori partecipanti di particolare interesse e rilevanza.


Il  racconto con cui Gavino Puggioni ha partecipato  a questo concorso, che è stato ritenuto degno di segnalazione è il seguente:

                                         Metamorfosi e umana dimensione


-Posso  entrare?
-Entra, entra Almina, non mi disturbi
-Ma sei sempre alla scrivania, cosa leggi?
-Ho finito  ora di poggiare sguardi, quasi frantumati da queste notizie di giornali e anche di internet
-Sì, ormai tutto si è rivoltato, non c'è più niente che possa stare in piedi, forse neanche noi che crediamo di averli ancora per terra, ancorati ma traballanti.
-Spiegati, Almi'!
-Sono appena rientrata da un viaggio, un viaggio di fede, anche di misericordia, se vuoi, visto che era organizzato dalla mia parrocchia, che frequento poco ma ho un profondo rispetto per questo don Angelo che mi aveva già convinta a parteciparvi.
-Viaggio di fede? Tu? E cosa è successo?, non ti sapevo bigotta!..oh!..scusa Almi'!
-Bigotta io? E quando mai? Ho voluto provare, dopo tantissimi anni, ad essere coinvolta in pensieri e azioni che in me non crescevano più o se ne erano allontanati.
-E la prova com'è andata?
-Né bene, né male, però in compenso ho la schiena scassata da quasi quattrocento chilometri contati in pullman, in una strada che, a tratti, sembrava d'esser nei dintorni di Kabul, mitragliata e fatta a pezzi dai Talebani, oppure una di quelle abbandonate a sé stesse e  dai nostri operai in rivolta perché non venivano pagati...che schifo!
-Ma questo è normale, da noi, lo sai, ma la prova, quella tua, non mi pare tutta qui.
-Sì, lo so, la prova è stata ardua, faticosa per la mia mente ormai empirica, priva di ogni elemento ornativo, neppure romantica.
All'inizio del viaggio ho sofferto un po', ascoltavo don Angelo che parlava dal suo microfono-altare, mentre non riuscivo a tirar giù le tendine para-sole e già ero in difficoltà, guardavo e non vedevo, ascoltavo, ma facevo finta e la mia vicina, magra come un filo d'erba assolato, sgranava un rosario più pesante di lei.
Don Angelo ci diceva di quel santuario, in cima al monte di Sonarè, isolato e solo, dove una Santa Madonna era apparsa più di trecento anni fa e chi vi credeva continuava a raggiungerla almeno una volta all'anno, come pellegrino, come portatore dei propri  peccati, mai compresi e fors’anche  mai perdonati.
-Ma quali peccati? - L'interruppi io, provocandola - ma sei una peccatrice?
-Dalla nascita, amico mio, e credo di non esser la sola, e dopo, peccati, io, addosso non ne ho e se li ho commessi non ne porto segno, quindi sono salva!
-Salva da che e da chi?
-Beh! Intanto sono salva da me stessa, da quei pregiudizi che anche io  potevo avere e che non ho mai avuto, ed ora mi sento salva da tutto e da tutti, dopo aver ascoltato don Angelo, la sua parabola ma anche quella dei miei compagni di viaggio.
-Perché, questi compagni, cosa hanno detto?
-Niente...di niente, non una parola, sempre preghiere, parole di ringraziamento e...basta. Silenzio, una tomba di viventi davanti a quella Madonna di Sonarè.
-E don Angelo?
-Ah! lui mi piace, è un vero uomo, lo ammiro e, a volte, penso che questa sua missione religiosa sia sciupata, inutile, non compresa, avrebbe meritato di più, mi sarebbe piaciuto come dirigente d'azienda, è anche affascinante nel suo proporsi agli altri.
-Ahi! Ahi! Cos'è? Te ne sei innamorata? Questo sì che è peccato! - provocazione numero due, la mia.
-Ma quale peccato? E quando mai il  pensiero  ha fatto peccato? Ma dai, Giva,  mi sa che stai correndo un po' troppo, io, i piedi, li ho a terra!
-Sì, sì, Almina, ma la testa dove ce l'hai? Non ti avevo  sentito ancora parlare così e, in più, di un prete, come don Angelo.
-La vuoi smettere adesso o me ne vado in piazza? Così prendo un po' d'aria e mi rilasso!..
-Va pure, amica mia, anche se non mi hai detto niente di questa tua nuova o rinnovata prova!
-Per forza! Se tu mi fai il terzo grado per delle fesserie che ti racconto!  Ecco la prova e ascolta, per favore.
Sì, volevo riprovare a sentire cosa c'è di vero o nuovo dentro di me, capisci? Dentro la mia anima, dentro il cuore che ha sempre battuto per altri e, forse, mai per me stessa.
-Non ti seguo, Almi', spiegati meglio
-Già, voi uomini che non capite, ma continuate a fare domande, ho voglia di riguardarmi allo specchio, mi sto chiedendo chi sono e cosa sono, se credo in qualcuno o in qualcosa, oppure no, e mi devo dare delle risposte e volevo che almeno tu mi aiutassi, tutto qui e senza pensare a don Angelo.
-Ma allora lo stavi pensando! Vedi che avevo ragione?
-Ma che palle che sei, Giva, e smettila! Aiutami, invece, se puoi...
-Sono qui, dimmi, cosa vuoi che ti dica, che sei una bella donna, che sei ancora attraente, che noi uomini ci giriamo per ammirarti, che sei senza peccato, che ti piace l'impossibile, cosa vuoi che ti dica, che sei bona?
-E smettila di dir fesserie, voglio esser guardata dentro, capisci? Dentro, e solo tu, amico da sempre, mi puoi vedere, senza meraviglie, senza sensazioni strane, così come sono, come mi conosci da una vita!
-Ma proprio a me dovevi porre questo tuo problema?
-Tu sei unico, anzi l'unico che possa risolverlo!
-Sai cosa ti dico, allora? Che questo compito è difficilissimo, non ne vedo soluzione, di algebra ho capito sempre poco, figurati di problemi dell'anima, senza numeri specifici, senza riferimenti, senza punti cardinali da cui poter partire, per poi, semmai, raggiungerli.
-Ma perché? Ti sembro algebrica, mi prendi per una bussola? Magari senza l'ago così da sembrare impazzita? No, no Giva, non è questo...voglio dirti  di me, di questo viaggio che mi ha stravolta, dentro e fuori, se vuoi.
In cima a quella montagna, a Sonarè, è accaduta qualcosa e non riesco a trovarne il nesso, dentro il santuario ho fatto compagnia al silenzio degli altri, non sono riuscita a dire una preghiera, ho guardato a lungo il viso di quella Madonna, non ho visto le luci che davano colori, mi sembrava di esser sola. Ho pensato a babbo e a mamma che sono là, nel mondo dei più, mi sono rivista nel giorno della laurea, ero bellissima, c'era anche Antonello, lo ricordi? Tuo amico e mio fidanzato-ufficiale, anche lui là, da giovane, con i miei vecchi, ormai. Ho pianto, se vuoi che te lo confessi, ma nessuno ha visto le mie lacrime, erano trasparenti come le luci e mi davano fastidio...
-Perché ti sei fermata? Continua per favore..
-Già, sentivo freddo ma non c'era freddo, sentivo voci e voci ma c'era silenzio, in mezzo a quegli altari, un leggero brusio di qualche amen, come di richiesta di aiuto che non arrivava, una voce, per me lontana, che scandiva parole che non capivo o non volevo capire, un suono, quella voce...e mi pareva diretta solo a me ma non sapevo di chi era..
-Te lo dico io di chi era quella voce -  e la interruppi - era di don Angelo, lo ascoltavi, lo sapevi ma non riuscivi a dirlo a te stessa  perché ne eri  e nei sei stregata!  Scusa se te lo dico, e crudamente...ma è così!

Adesso, intorno alla mia scrivania, un silenzio assoluto, pesante, entrambi a testa in giù, io facevo finta di leggere, lei si graffiava i jeans con le unghie colorate di marrone e pareva in attesa di non so cosa.
I capelli, fluenti, ma non lunghi, le coprivano la fronte e parte degli occhi e di questi non potevo vedere movimento alcuno, le mani parlavano, questo sì, ma fra di loro, un linguaggio raro, difficile da penetrare,  ché loro non hanno il moto labiale da cui qualcosa si può rubare.
Aiutavo il silenzio, non volevo disturbarlo. Avevo di fronte le spalle un po' ricurve di Almina, il pavimento si sentiva ammirato dai suoi sguardi, vuoti, non lo so, ma di sicuro pensanti; un'anima, gentile, bella, forse in pena, non grave però, mi dicevo.
Basta! Urlai dentro di me, non ce la faccio più, voglio rumore, un tamburo, una tromba,...ecco…e in quel momento feci cadere una biro vicino ai suoi piedi.

-Oh!..Scusa, mi è scivolata!
Almina sollevò la testa, all'improvviso mi pareva più bella, mi alzai, mi avvicinai a lei, le misi un braccio sulle spalle, la guardai negli occhi e le chiesi:
-E allora, questa prova ha trovato soluzione?
Altro silenzio.
Posò il suo viso sulla mia spalla, mi feci prendere dalla commozione ma sentivo anche che lei voleva dirmi qualcosa e non ci riusciva. E io l'assecondavo, avevo paura di ferirla, di zittirla, come avevo già fatto prima, dicendole la mia verità. Non lasciava la mia spalla, né io lasciavo la sua, sembrava cercassimo quel mutuo soccorso che tante vite umane ha salvato, e noi non avevamo niente da salvare, a parte l'amicizia profonda e la reciproca stima.
-Almi', come stai? Ma non parli? Ti si sono incollate le labbra?

I nostri occhi s’incontrarono di nuovo, in un filamento di luci e ombre che procuravano emozioni, pulsioni anormali in noi due che di amore non avevamo mai parlato.
E questa occasione mi sembrava la più adatta, ma solo per lei, non per me che la pensavo diversamente.
-Giva..lo sai, non sono una ragazzina e sai anche che ho amato Antonello e quando lui se n'è andato, quel maledetto giorno del suo onomastico, tu hai sofferto più di me, era tuo fratello di vita e di tutto ed io  mi sentivo tremendamente sua, la tua presenza ci rassicurava, il nostro amore era perfetto, tu eri il nostro angelo custode, ci volevi bene, stavamo sempre insieme, mi sentivo donna e principessa.....oh! Dio mio...scusa  queste mie divagazioni...sono giù....vorrei continuare ma tu non mi dici...

Almina si fece prendere da forti emozioni e me ne accorgevo ma preferivo lasciarla in libertà, ricordi o memoria di tanti anni fa, sipario pian piano aperto su squarci di vita vissuta, da soli, in compagnia, gli amici di una volta,
rimasti tali, sì, ma con interessi diversi, matrimonio, figli, viaggi, nascite e dipartite, dolorose, e il tutto buttato in quel calderone che rimescola le nostre vite, mai parallele perché le stesse sono formate e segnate da mille e una curva e molte di queste non te le aspetti, mai.
La guardavo, mi faceva tenerezza e, alla nostra età, più che matura, ogni sentimento, pur piccolo, assumeva dimensioni enormi, si gonfiava, si allargava, s’impadroniva delle nostre essenze e a noi pareva quasi favola, ma d'altri tempi-bambini.

-Almina, dai! Continua se vuoi, fa finta che io sia la tua cassa di risonanza, silenziosa, registro quel che mi dici ma non impedirmi di darti risposte, perché quelle te le darò, sempre, anche se dure, per te!
-Va bene, Giva, ora sto meglio, la tua vicinanza mi da sicurezza, -- e lo disse con un fil  di voce e la capivo – ma non so più cosa dirti....
Un'altra lunga pausa, o breve? non ricordo, ma non riuscivo a darmi quella dimensione umana che, da amico, le avevo regalato, senza nulla chiedere, se non una maggiore e naturale stima nei miei confronti.
Ecco, forse, ma stava per aprire bocca, ero in attesa.
-Sai – e s'abbracciava da sola, un sorriso velato ma evidente – non so come dirtelo...ma non so  nemmeno se l'amore esista ancora, quello con la A maiuscola..
-Sì, sì che esiste, almeno me lo auguro, per gli altri. Noi due...io non sono più a quell'altezza, l'età, la solitudine, lo scrivere, parlare, anche di cose inutili, girare a vuoto, pensare ad un paesaggio  appena visto, tutto questo mi ha fatto arrivare fin qui e questa scrivania  ne è testimone. Di quell'amore, amica mia, non so più niente e quasi me ne vergogno, anche se dopo m’accorgo di non essere così vecchio!...
-No, Giva, no, non sei vecchio, sei come me, siamo rimasti sempre giovani, non vedi? E questo incontro ce lo sta dimostrando...don Angelo...ecco, sono arrivata al punto…
-Di partenza o di arrivo?  - le chiesi, maldestro.
-Non lo so, caro mio, non lo so, ci sto pensando e me ne sto già pentendo!
-Te ne stai pentendo? E di cosa?  - ero davvero perplesso
Giva!..Ero e sono innamorata di don Angelo...questa è la risposta a quella prova a cui ho voluto sottopormi!
Non chiedermi  del come, del  quando, del perché, non lo so e non lo voglio sapere…

Un silenzio rumoroso, un boato mai udito dentro di me, un cuore che andava a mille, la stessa pressione arteriosa a stantuffo, pesante, veloce, pareva mi trovassi in un precipizio, ma senza fine, un vortice di sensazioni, aggressivo, caldo, freddo, da capogiro.
Chiusi gli occhi un istante, un'eternità, e dopo per riaprirli e vedere quelli di Almina, allagati di lacrime, vere, - mi dicevo – e anche sincere o così mi stavano apparendo.

-Almina, perché tutto questo? Perché i tuoi occhi,  perché il  tuo cuore si è posato su quell'uomo? Perché?
Non ce n'erano altri? Perché proprio lui, un uomo di chiesa?
-Non lo so – mi rispose dura e aggiunse ancora: so che era ed è un uomo...ma me ne sono pentita, ma non per lui, per me che ero e sono sola, mi hanno abbandonato anche gli altri sentimenti, non li trovo, vorrei il mondo tra le braccia e io sono diventata polvere in balia di venti strani,..ma forse ti sono lontana, è la prima volta che parlo con te di queste cose mie e intime, che nemmeno in un confessionale si possono dire. A te le sto dicendo perché tu, per me, sei unico e lo sai, fin da bambini, in quei nostri cortili fioriti  e adiacenti, sempre vicini, come pure le nostre famiglie
-Già, è così!... - Quasi un sibilo, un refolo d'aria, tre parole buttate lì, in una tristezza piombataci addosso, come trave priva di sostegni.  Vedevo tanti kleenex tra le dita di Almina, candidi e umidi, sfuggire  alla  presa, cadere, essere raccolti, portati al naso, per davvero o per finta, non riuscivo a intuirlo, ma sentivo insostenibile la situazione, volevo esserne escluso, non volevo ascoltare, ma vi ero immerso fino al collo, avevo sentito il mio respiro corto, affannato, accesi una sigaretta, la prese anche lei, in quel silenzio quasi sacro, i nostri sguardi altrove, senza luce.
Il mio cellulare squillava, lo zittii  mentre lei mi osservava.
-Senti, Almina, cosa decidi, cosa vuol fare il tuo cuoricino  ferito?  Vuole guarire o vuole ammalarsi di più?
-Non lo so, dimmelo tu, solo tu, ora, puoi aiutarmi, Giva, di te mi fido e anche lui, parlami, scuotimi, dimmi che sbaglio, dimmi che ho ragione, dimmi quello che vuoi, ma dimmelo, non farmi aspettare, sono le dieci di sera, sono stanca, voglio andarmene a dormire...

Altra eternità in silenzio, anch'io ero stanco ma a quella donna volevo bene, un bene pulito, mai macchiato da sottintese alchimie, semmai profumato, da sempre, da tutta la nostra vera e sincera amicizia, affettuosa, senza una minima sbavatura che potesse essere fraintesa con altro e in tutto questo io credevo.
Cosa dovevo dirle?  Pensavo, cercavo parole, una frase, niente. All'improvviso, un faro illuminato e non a luci alterne, respirai profondo e le dissi:
-Sbagli!  Sì, mi dispiace, stai sbagliando!



Gelo  nel mio studiolo, zero gradi di temperatura, aria rarefatta, occhi nella nebbia, fitta fitta, da tagliare a fette.
Il viso di Almina tirato, le labbra contratte, una smorfia nascosta, i pugni chiusi, incollati ai fianchi, quasi in un “at-tenti” militaresco. Confesso, provai dolore, mi si contrasse lo stomaco, l'amaro più amaro mi scivolò in bocca, la gola asciutta come un legnetto essiccato dal solleone, non sentivo me stesso, mentre Almina se ne andava, chiudendo dolcemente la porta.
Non un saluto, non una parola, solo un...nulla.



Erano già passate un paio di settimane e di Almina niente avevo saputo o chiesto, lei non era più venuta da me né io da lei. Me ne stavo preoccupando, dovevo sapere.
Quella domenica, di buon mattino, andai in chiesa, quella sua, che frequentava raramente. C'era la Messa, aspettai che finisse, entrai in sacrestia, c'era un diacono, non giovane.
-Vorrei vedere don Angelo, gli devo parlare  -  gli dissi .
-Don Angelo? Ma è partito la settimana scorsa, dal vescovo è stato trasferito in Abruzzo, non ricordo in quale paese!..
-Ah!..Grazie, molto gentile, arrivederci!
Decisi di chiamare Almina al cellulare che squillava e squillava, senza risposta. Ripetei il numero decine di volte, niente. Comprai una pizza, a casa la divorai, avevo una fame incredibile, ne avrei mangiata un'altra.
Riprogrammai quel numero, erano le 14.
-Si, sono a casa, cosa è successo? - Mi rispose, la voce fredda di Almina
-Niente, volevo salutarti, come stai?
-Benissimo Giva, dove sei?
-A casa, ho appena finito di trangugiare una pizza.
-Ci possiamo vedere da te?
-Quando vuoi, sono qui, ti aspetto.



Mi affondai in poltrona ma più che altro in pensieri  ed  uno di questi  mi martellava il cervello , cosa avrei detto ad Almina di don Angelo e del suo trasferimento?
Ero in seria difficoltà, lo giuro, e quella donna, amica vera da una vita, ora mi stava preoccupando e anche occupando gran parte del mio daffare. Desideravo che arrivasse ma anche il contrario, stavo facendo fatica a capirmi. Ecco! Il campanello, era arrivata.
Eccola, davanti a me, il suo sorriso, la sua allegria, da lungo tempo assente, gli occhi splendidi, ma cosa mai sarà successo?
-       E don Angelo? - azzardai la domanda
-       Non c'è più, è partito e non so dove.


Ci trovammo abbracciati l'uno all'altra, così, spontaneamente, parlando di non so cosa, non capivo nulla, sentivo il suo corpo addosso al mio, tremavo e continuavo a non capire.
I nostri occhi s’incontrarono, un attimo, e poi sentii le sue labbra sulle mie, appassionate e dolci, in un bacio che solo d'amore doveva essere.


Gavino Puggioni