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Questo blog è di Danila Oppio, colei che l'ha creato, e se ne è sempre presa cura, in qualità di webmaster.
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lunedì 28 gennaio 2013

L'ALBA DELLE TIGRI BIANCHE


                                                             
L’alba della vita, gonfia di ingannevoli fiori, si era levata dolcemente
e tigri di plastica bianca si rincorrevano nelle valli della luna,
nascevano in silenzio il bene ed il male, la coscienza e l’incoscienza,
la musica e il canto, il respiro del tempo, i fiumi  ed  il mare.

E dal mare arrivavano onde di neve rossa e cavallette aristocratiche,
regine di picche e fanti decorati, vermi solitari e capre bianco latte,
era un mondo di incredibili forme e di ani-umani straripanti di denti,
un groviglio di pesci-gatto e squali-lupo dai capelli d’argento.

E il vento ululava impaurito e trasportava cicogne disperate,
Pilato si lavava le mani in un fiume di ovuli fecondati di fango,
la mente di un demone covava nel nido del peccato originale,
tutto era pullulato di grembi sofferenti in una dimensione cerebrale.

Ed era un carnevale di clown fosforescenti che incoraggiavano i dementi,
e tutti erano persi e tutti erano pronti a rinnegare i cloni abbandonati,
in una giravolta di bimbi torturati  dagli occhi blu-celeste-verde-rospo,
in una danza triste di spose  copulanti  amanti dell’eros di Natale.

Era il mondo che nasceva e che moriva, era un vibrare assurdo di anime infelici,
era un pensiero strano che apparteneva a un bosco senza luce e senza ombra,
era la primavera dell’inverno, era l’ultima foglia di un albero di mele avvelenate,
era l’amore immenso, l’amore che amava anche la morte, l’amore che soffriva.

Era il bacio di una madre dolce, il bacio malato di un angelo alle stelle,
il bacio che sognano i ragazzi quando il cuore si esalta delirante,
il bacio di un amante che soffre inutilmente le pene dell’inferno,
il bacio che scoppia nelle labbra, il bacio lancinante di Giuda traditore.

Era il mondo che nasceva e che moriva, la follia della creazione che rideva,
il confine del proibito e del superfluo, il patetico ritorno delle rondini,
l’A.I.D.S. sterile,  gli scienziati matti,  il sesso di Hitler santo,  il gamete gay,
il vagito di un arto,  il fantasma di Mengele annidato in sala parto.

Era il mondo che non esisteva, la visione distorta perenne degli occhi.

Mi consola soltanto il dolcissimo viso di mia figlia che dorme.

Antonio Rossi







venerdì 25 gennaio 2013

NEL GIARDINO DEGLI ANGELI SCALZI



Nel giardino degli angeli scalzi  nascevano albe di luna
e poeti dal viso di cervo recidevano fiori di latta;
manichini di carta sciupata si  scioglievano in arnie pulite
e ragazze dal petto spugnoso calpestavano grasse pernici.

Era il tempo del falco gemello assetato di sabbia,
era un sogno maestoso dove Dio interrogava le stelle,
le più belle cadevano dentro i cespugli di rovi,
le più dolci cadevano dentro le rose di maggio.

Era un tempo selvaggio assillato da capre lanose,
vezzeggiato da spose vestite di pianto,
ammaliato dal canto pietoso del vento,
era un tempo assetato di acqua di mare.

Nel giardino degli angeli scalzi nascevano labbra carnose
circoncise da Ebrei scampati al campo di Auschwitz;
luminose farfalle ornavano cani ariani
e aquile prive di artigli baciavano gialli conigli.

Era il tempo dei gigli anneriti dai treni,
era il tempo dei figli sinceri dell’onda di neve,
i più belli cadevano dentro le bocche dei lupi,
i più dolci cadevano dentro le torte di miele.

Era un tempo di mele bacate da vermi turchesi,
assillato dagli anni, dai giorni e dai mesi,
invaghito di candide oche dal collo di sale,
era un tempo di anime sole e di vili parole.

Era il tempo di amare, sorridere, urlare,
di cercare la prole nel tuorlo del sole,
di capire il fraseggio delle allodole viola,
di scovare il paese della bianca fortuna.

Nel giardino degli angeli scalzi nascevano albe di luna. 

Antonio Rossi



giovedì 24 gennaio 2013

PER QUEST'ACQUA DOLCE



Canto quando mi bagna dolce l’acqua del fiume azzurro della vita,
canto per tutti gli usignoli della notte che bevono rugiada variopinta
e canto e canto per i baci del cielo che sfiorano le labbra degli angeli incantati,
canto sempre alla fonte della vita, per i fiumi, per il mare, per i laghi e i biancospini.

Canto quando l’acqua ti bagna tenero giglio di luna che dormi come un bimbo,
canto quando ti chini sotto il peso di una piccola farfalla che ti vuole accarezzare,
canto per i mandorli imbiancati dalla neve, per il corbezzolo d’oro, per l’asfodelo biondo,
canto sempre e sempre ritorno ad ascoltare l’antica melodia delle cicale innamorate.

E canto per le fate e le libellule che danzano nelle incantevoli albe senza nubi,
canto per le stelle che piangono, per il sogno di un pescatore di rondini di mare,
canto per il mare, sempre canto per quest’acqua chiara che mi ristora il viso,
che mi pulisce l’anima, che inonda le valli stupende dove vivono le regine del sole.

E canto per il sole che non prosciughi l’acqua, che non distrugga le fonti dell’amore,
canto per l’amore e canto per sempre, per questi fiori di corallo che mi abbagliano,
per le sirene-argento che guizzano festanti fra le onde e la sabbia, fra la vita e la morte,
per le  anatre verdi  che si levano in volo e raggiungono le immense primavere.

Canto per le lucciole spente, per le cicogne-ìndaco che sfidano le pecore,
per i giardini aridi di cloni senza cuore, per i narcisi neri periti fra le volpi,
per i violini sordi, per le violente mani che picchiano il destino,
e canto sempre canto fino all’ultimo sogno, fino all’ultima aurora.

Canto per le colombe e le allodole, per i pesci-venere, per il cielo che li accoglie,
per le aquile che si son perse nelle lunghe distese di arcobaleni attorcigliati di gioia,
canto per la noia dei pescatori di arpe ammutolite, canto e se canto piango,
piango e per sempre piango, ma sono lacrime per altre fonti, per altri fiumi.

Per altri mari che invocano acqua limpida, per altri fiori, per altra vita.

 Antonio Rossi 


martedì 22 gennaio 2013

LA ROMANTICA NOTTE



 In una romantica notte d’estate sentivamo il canto delle stelle lunari
e come due rossi gechi incatenavamo il nostro cuore alle ali degli angeli,
eravamo in un mondo di fragole di rugiada e di orchidee perpetuamente bianche,
eravamo leggeri come quel vento di maggio che ci aveva sfiorato i capelli.

Ritornavamo all’origine della nostra innocenza sicuri di ingannare la voce del tempo,
vedevamo lucciole che si accendevano per noi e avevamo la forza dei puledri del sole
e ridevamo, ridevamo di quelle ombre ridicole che percorrevano la direzione del male,
noi eravamo il sogno che si presenta nelle albe ruggenti quando la primavera sboccia.

Noi eravamo la primavera e le nostre labbra si aprivano come  petali di rosa,
dominavamo le parole e i concetti filosofici, eravamo al di là dei patetici gatti,
pazzi d’amore per le rondini le seguivamo con lo sguardo fino al mare delle carezze
e lì ci adornavamo di foglie di biancospino e consolavamo le volpi argentate.

Noi eravamo il canto eterno della vita che nasceva nel giardino del silenzio,
la soffice neve che ricopre i fili d’erba della morte e i cardi pungenti,
i cavalli verdi dell’anima che galoppano all’infinito per scongiurare il sangue,
noi la musica, noi le arpe, noi e solo noi, perdutamente innamorati della vita.

Noi nella vita, nella nostra vita, sempre inseguita dalla morte, ma forte
come un ramo d’ulivo che sorregge la iena del tempo appesantita dal fango,
noi in un tango ballato alla luna, noi la fortuna, la cruna di un ago di pino,
noi nella vita, nel covo delle formiche, nel nostro giardino, nel nostro silenzio.

Noi il silenzio che non fa sentire la vita, il silenzio che non fa sentire la morte,
il silenzio che ti prende per mano e ti porta in un bosco dove piange una vecchia colomba,
nella penombra di un albero sospeso dai rami cristallo dove si è rifugiato un elefante gallo,
che si lecca le piume bagnate e depone le uova spaccate dentro i nidi dei falchi affamati.

Che si lecca i peccati generati in un secolo astratto ripudiato scontato mai nato,
che si spoglia degli abiti sporchi infilzati nei cespugli sanguigni dei rovi,
che si azzanna, che maledice le vergini rane, che regala collane di amianto,
nel rimpianto di uomini stanchi condannati al lavoro forzato nei campi.

Condannati a subire il passato, il presente, il futuro, la rovinosa caduta di un muro,
le opzioni del nascere in grembo, il presepe spogliato dei Magi, il clonaggio di Dio,
il drenaggio del sangue, gli usignoli in attesa di un arto, il testardo violino scordato,
gli intestini del diavolo giallo, il felice vibrare in un prato di aquiloni bucati dal piombo.

In un romantica notte d’estate sentivamo il canto delle stelle cadenti.

Noi nella vita, nella nostra vita, nel nostro giardino, nel nostro silenzio.

Antonio Rossi




venerdì 11 maggio 2012

COME UN'ARPA VERDE


                                                     
Come un’arpa verde m’inerpicavo verso il sentiero delle aquile,
ero pieno di sole e di ciliegie rosse, sembravo un usignolo,
scovavo le cicogne della notte e m’imbrattavo l’anima di rimmel,
ripercorrevo il fiume della vita e fu ai suoi bordi che vidi anche la morte.

Era assiepata all’angolo del male e proferiva versi di un demonio,
aveva occhi di luna cieca enormi come il possente ventre di un alano,
prendeva la mia mano e la baciava fino a farla diventare viola,
la sua tremenda bocca diceva l’ultima parola, non dava scampo al sole.

Ed ero un uomo inerme, un uomo soffocato da pensieri deliranti,
allora ricordai quel tempo dolce dei fichidindia dalla pancia gialla,
di quelle spine dentro i piedi scalzi, della mia infanzia scaltra,
allora ricordai la stella  immensa che m’indicò il senso dei miei giorni.

E piansi per non aver seguito il vento del destino, la strada già tracciata,
per non aver baciato quella fata che m’inseguiva nei miei sogni bianchi,
per non aver bevuto a quella fonte dove il cerbiatto astuto si specchiava,
dove una rana verde decifrava tutte le strane formule dei rospi.

E fu così che giunsi fino al mare dove altri uomini piangevano in silenzio
ed abbracciavano enormi pesci albini vestiti da dannati di Mauthausen,
nel centro della luna il viso triste di Adolf Hitler vestito da Madonna,
più in là nell’universo sconsolato la grotta di Betlemme piena di sangue.

E sangue, ancora sangue, ancora altre figure dipinte di pus di embrione nano,
e ancora sulla riva la pillola RU286 già pronta a trasformarsi  in una stella,
nel centro della storia il viso furbo di Erode incompreso precursore,
il grembo ormai ridotto ad una larva dove imperversano le cellule di Venter.

Ancora fiabe assurde, astuti ideatori della vita che sfiancano gameti deportati,
ancora mani sporche di ovociti che applaudono al teatrino della morte,
ancora torte anemiche di isterici scienziati confusi alla stregua di Pilato,
ancora  feti  luridi nel campo pullulato di pecore dagli organi incompleti.

Come un’arpa verde m’inerpicavo verso il sentiero degli improbabili cloni,
ma non trovavo il seme della vita, soltanto nidi vuoti con uova di pulcini violentati,
soltanto paglia sporca, soltanto adolescenti senescenti con l’anima salvata nel desktop,
soltanto fari spenti nella notte, soltanto sogni orrendi masterizzati senza pentimenti.

E fu così che accarezzai l’aurora implorandola di abbandonare il cielo,
ma il vento che soffiava contro senso  era tremendo  e soffocò la mia flebile voce,
ero un naufrago assurdo nel mare minaccioso dove danzavano sirene lussuriose,
il loro canto erotico mi tormentava il cuore e finsi di morire fra le onde.

Raggiunsi una scogliera dove guizzavano terribili avannotti di byte copulanti.

Ed ero un uomo inerme, un uomo soffocato da pensieri deliranti.

Antonio Rossi
                                                    

LA ROMANTICA NOTTE



 In una romantica notte d’estate sentivamo il canto delle stelle lunari
e come due rossi gechi incatenavamo il nostro cuore alle ali degli angeli,
eravamo in un mondo di fragole di rugiada e di orchidee perpetuamente bianche,
eravamo leggeri come quel vento di maggio che ci aveva sfiorato i capelli.

Ritornavamo all’origine della nostra innocenza sicuri di ingannare la voce del tempo,
vedevamo lucciole che si accendevano per noi e avevamo la forza dei puledri del sole
e ridevamo, ridevamo di quelle ombre ridicole che percorrevano la direzione del male,
noi eravamo il sogno che si presenta nelle albe ruggenti quando la primavera sboccia.

Noi eravamo la primavera e le nostre labbra si aprivano come  petali di rosa,
dominavamo le parole e i concetti filosofici, eravamo al di là dei patetici gatti,
pazzi d’amore per le rondini le seguivamo con lo sguardo fino al mare delle carezze
e lì ci adornavamo di foglie di biancospino e consolavamo le volpi argentate.

Noi eravamo il canto eterno della vita che nasceva nel giardino del silenzio,
la soffice neve che ricopre i fili d’erba della morte e i cardi pungenti,
i cavalli verdi dell’anima che galoppano all’infinito per scongiurare il sangue,
noi la musica, noi le arpe, noi e solo noi, perdutamente innamorati della vita.

Noi nella vita, nella nostra vita, sempre inseguita dalla morte, ma forte
come un ramo d’ulivo che sorregge la iena del tempo appesantita dal fango,
noi in un tango ballato alla luna, noi la fortuna, la cruna di un ago di pino,
noi nella vita, nel covo delle formiche, nel nostro giardino, nel nostro silenzio.

Noi il silenzio che non fa sentire la vita, il silenzio che non fa sentire la morte,
il silenzio che ti prende per mano e ti porta in un bosco dove piange una vecchia colomba,
nella penombra di un albero sospeso dai rami cristallo dove si è rifugiato un elefante gallo,
che si lecca le piume bagnate e depone le uova spaccate dentro i nidi dei falchi affamati.

Che si lecca i peccati generati in un secolo astratto ripudiato scontato mai nato,
che si spoglia degli abiti sporchi infilzati nei cespugli sanguigni dei rovi,
che si azzanna, che maledice le vergini rane, che regala collane di amianto,
nel rimpianto di uomini stanchi condannati al lavoro forzato nei campi.

Condannati a subire il passato, il presente, il futuro, la rovinosa caduta di un muro,
le opzioni del nascere in grembo, il presepe spogliato dei Magi, il clonaggio di Dio,
il drenaggio del sangue, gli usignoli in attesa di un arto, il testardo violino scordato,
gli intestini del diavolo giallo, il felice vibrare in un prato di aquiloni bucati dal piombo.

In un romantica notte d’estate sentivamo il canto delle stelle cadenti.

Noi nella vita, nella nostra vita, nel nostro giardino, nel nostro silenzio.

Antonio Rossi




                                                 

ANTONIO ROSSI: Note bio-bibliografiche


Antonio Rossi, poeta bilingue sardo-italiano, è nato e vive a Berchidda, in Sardegna. Dal 2004 è “ambasciatore”  del  premio mondiale di poesia  Nosside di Reggio Calabria – Cuba – America Latina, aperto alle lingue e agli idiomi delle minoranze etnolinguistiche di tutto il mondo, con compiti di rappresentare tale premio nel mondo (www.nosside.com). Dal 2002 è’ anche membro permanente della Giuria di detto concorso. Ha dato alle stampe tre sillogi poetiche: Dove nasce l’amore, Editrice Nuovi Autori, Milano, edito nel 2000, Su sognu de sa columba bianca/Il sogno della colomba bianca, bilingue sardo-italiano, Centro Europeo di Cultura, Roma, edito nel 2001 e Manuel nella corrida, Editrice Ibiskos, Empoli, edito nel 2004, quest’ultimo con prefazione di Davide Rondoni. E’ presente in prestigiose antologie nazionali e internazionali. Vanta preziosi premi e riconoscimenti letterari, tra i quali spiccano: vincitore (primo classificato) ai  premi internazionali: Nosside, Reggio Calabria, che collabora col Nosside Caribe di Cuba, fondato dal Centro Studi Bosio (presidente Prof. Pasquale Amato), Il molinello, Rapolano Terme (Siena) fondato da Nicla Morletti, Premio Giuseppe Malattia della Vallata (Barcis- Pordenone), Premio Gioacchino Belli (Roma), Città di Pomigliano d’Arco (Napoli) fondato da Tina Piccolo, Città di Viareggio, Città di Caltanissetta, Città di Ostuni, Lev Tolstoj (Roma), Città di Corato, Omaggio agli Anguillara-Città di Viterbo, Le Muse Pisa, Città di Civitavecchia.
Nel 2011 è  risultato nella terna dei vincitori del Premio Laurentum, Roma, Sezione Poesia dialettale. Innumerevoli i secondi e terzi premi, fra i quali il Casentino di Poppi Arezzo e l’Erice Anteka.  Le giurie dei premi nei quali ha ottenuto i più significativi riconoscimenti erano presiedute, fra gli altri, da: Giuseppe Amoroso, Romano Battaglia,  Giuseppe Benelli,  Milo De Angelis, Salvatore Di Marco, Sirio Guerrieri, Gianni Letta, Luciano Luisi, Mario Luzi, Tina Piccolo, Silvio Ramat, Giorgio Bàrberi Squarotti, Tommaso Scappaticc ie Andrea Zanzotto. Fra gli altri giurati Pierluigi Capello, il regista Gigi Magni, Antonio Ghirelli giornalista, Antonio Piromalli, Maria Luisa Spaziani, Raffaele Di Capria, Maurizio Cucchi, Stefano Valentini, ecc.  E’ risultato finalista ai premi letterari di poesia “Gaetano Viggiani”, edizioni 2003 e 2006, “Città di Pontinia”, edizioni 2003, 2004 e  2006, entrambi presieduti da Giorgio Bàrberi Squarotti. Finalista, inoltre, ai premi nazionali Alessandro Contini Bonacossi, anno 2006 (Casalguidi-Pistoia) e al  Mario Soldati, Torino, anno 2010. E’ stato inserito nel Dizionario ragionato degli scrittori italiani del Novecento, a cura di Rodolfo Tommasi, con prefazione di Silvio Ramat, nel Dizionario degli autori italiani del secondo novecento, con prefazione di Ferruccio Ulivi, saggio introduttivo di Neuro Bonifazi e testi critici di Lia Bronzi e nel Primo Dizionario orientativo della letteratura italiana del XXI° secolo, a cura di  Francesco De Napoli e Rodolfo Tommasi, tutti editi dalla casa editrice Helicon di Arezzo. Le tre opere accolgono tutti i nomi illustri della letteratura italiana. E’ stato inoltre inserito nell’opera Storia della letteratura italiana contemporanea, a cura di Neuro Bonifazi e con prefazione di Giorgio Luti. E’ stato designato membro della Giuria del premio nazionale Mario Rappazzo di Messina. L’Accademia Francesco Petrarca di Viterbo, lo ha nominato Poeta dell’anno 2002. Il Comune di Berchidda, suo paese natale, gli ha conferito nel 2003, un encomio solenne per la molteplice attività culturale e per aver ben rappresentato la comunità berchiddese nel mondo. Le sue opere sono tradotte in brasiliano, spagnolo, tedesco, russo e inglese. Ha coltivato per lunghi anni lo studio della chitarra classica sotto la direzione del prof. Roberto Masala, docente del Conservatorio L. Canepa di Sassari. E’ direttore artistico dell’A.C.I.T. (Associazione culturale italo tedesca), di Olbia, presieduta dall’attrice Cristina Ricci. E’ segretario del Premio di poesia sarda  Pietro Casu di Berchidda. Ha organizzato diverse manifestazioni culturali a carattere anche internazionale, fra le quali la presentazione di opere di artisti sardi (Antonietta Langiu, Giuseppe Tirotto, Gavino Puggioni, Giuseppe Niedddu ecc.).-  Nel 2005 e nel 2007 ha tenuto dei recital di poesie in sardo- tedesco con Durs Gruenbein e Anrfrid Hans Astel, due fra i più importanti poeti e intellettuali tedeschi contemporanei.
Home page Internet: http://  www.club.autori.sostenitori/antonio.rossi
o da ricerca Internet:  Antonio Rossi poeta
Generalità:

ANTONIO ROSSI

nato a Berchidda (prov. Olbia-Tempio), Sardegna, il 15 novembre 1952
Indirizzo: Via Vittorio Emanuele n. 75
07022 Berchidda (O-T)                            Cell. 393/9836646

ANTONIO ROSSI: premi e riconoscimenti generali


Aggiornato al 30. 04 . 2012
2012


Segnalazione concorso letterario “La Gorgone d’Oro”, anno 2012 Gela (Sicilia). In Giuria insigni letterati italiani.-

Finalista al XXXI° concorso nazionale di poesia “Casentino”, Poppi (Arezzo),  anno  2012. Giuria: Silvio Ramat (presidente), Neuro Bonifazi, Paola Olivieri, Rodolfo Tommasi, Maria Eugenia Miano.-


2011



Vincitore, nella terna sezione poesia dialettale, Premio nazionale Laurentum,  organizzato dal Centro Culturale Laurentum,  Roma.- Giuria: Gianni letta (Presidente), Angelo Bucarelli, Corrado Calabrò, Mariella Cerutti Marocco, Gianluca Comin, Maurizio Cucchi, Stas Gawronsky, Simona Izzo, Raffaele La Capria, Mauro Mazza, Francesca Merloni, Mauro Miccio, Maria Rita Parsi, Davide Rondoni, Roberto Sergio e Maria Luisa Spaziani. Nell’ambito dello stesso concorso sono stati premiati: Pippo Baudo (alla cultura), Ettore Bernabei (alla carriera) e la poetessa russa Olga Sedakova (premio Alighieri).-

Vincitore (primo classificato), premio nazionale di Poesia Civitavecchia, sezione dialettale, organizzato dall’Associazione il Conservatorio di Civitavecchia.- In Giuria: Anna Grazia Mastrofilippo, Giovanna Prosperelli, Luciano Pranzetti, Paolo Giardi e Giancarlo Peris.-

Segnalazione concorso letterario “La Gorgone d’Oro”, anno 2011 Gela (Sicilia). In Giuria insigni letterati italiani.-

Quarto premio con segnalazione particolare al XXXI° concorso nazionale di poesia “Casentino”, Poppi (Arezzo),  anno  2011. Giuria: Silvio Ramat (presidente), Neuro Bonifazi, Paola Olivieri, Rodolfo Tommasi, Maria Eugenia Miano.-



Finalista segnalato al premio nazionale “Giuseppe malattia della Vallata” anno 2011, Sezione dialettale, Comune e  Pro Loco di Barcis, Pordenone. In Giuria: Tommaso Scappaticci, Pierluigi Cappello, Roberto Malattia, Giacomo Vit, Aldo Colonnello, Rosanna Paroni Bertoja.-


ANTONIO ROSSI: recensioni e note critiche


Antonio Rossi


 Aggiornate al  30.04.2012
- Il suo nome è apparso su importanti testate giornalistiche. Numerose riviste specializzate del settore artistico hanno recensito le sue poesie. La redazione de "La Nuova Tribuna Letteraria" di Padova, così scrive sulle sue opere:
- Silloge "Dove nasce l'amore":"Una forte e consapevole tensione verso la ricerca espressiva e una altrettanto decisa inventività immaginifica, fanno di quest'opera un esempio di ottima poesia. Una raccolta, fitta di pagine notevoli in sé, ma compatta come un poema, riuscita e convincente tanto nei dettagli quanto nell'insieme, in grado di unire, senza forzature nè contraddizioni, la piacevole leggibilità all'esito letterario di assoluto rispetto".

- Silloge bilingue "Su sognu de sa columba bianca/Il sogno della colomba bianca": "sono, queste di Rossi, poesie in lingua sarda e precisamente in logudorese; un idioma di difficile comprensione al di fuori della diretta cerchia dei parlanti... L'autore, essendo poeta valido e apprezzato anche quando fa uso della lingua nazionale, ha voluto in questo volume affiancare ai testi una loro "libera traduzione" in italiano... Che aiuta nella lettura i moltissimi che non hanno dimestichezza con la parlata sarda. Per quanto riguarda più propriamente i contenuti poetici, il lettore rimarrà affascinato dall'estrema capacità di sintesi simbolica e immaginifica che Rossi sa naturalmente praticare: una capacità doppiamente ammirevole se si considera come l'autore costruisca i suoi canti in modo dall'apparenza molto rigido (attraverso quartine di versi lunghi concatenate da frequenti iterazioni), delegando quindi non alla forma, ma proprio ad una vitalissima e personalissima attitudine affabulatoria la magica evocazione di un mondo dai contorni, al tempo stesso, concreti e fantastici. C'è insomma un che di ipnotico nel concatenarsi delle immagini e dei suoni e nel loro aggomitolarsi - a seconda delle prospettive - in direzione ora centripeta ora centrifuga, generando così un sincretismo perfetto di senso e di non-senso: per tutte queste ragioni la poesia di Rossi, pur potendosene senz'altro parlarne, è più di molte altre una poesia che richiede d'essere letta, poichè ben a fatica un discorso puramente teorico potrà darne conto e rendere giustizia alla sua indomita fantasia (Direttore Stefano Valentini).

- La Giuria presieduta da Andrea Zanzotto, di Pieve di Soligo, gli riconosce di aver fuso la lingua arcaica, arricchita di elementi latini, con il simbolismo visionario.

- Il poeta e critico letterario Luca Bertoletti così motiva il premio su una raccolta presentata a Parma: "la silloge che Antonio Rossi ci ha trasmesso è come un canestro colmo di poesie scoppiettanti, alla guisa dei petardi carnevaleschi che hanno animato le recenti notti di fine secolo. Originalità e surrealismo di una poesia che soltanto apparentemente attinge al mondo delle fiabe per adulti, che forse mai nessuno prima di lui così bene aveva saputo narrarci. Poesia caratterizzata da una potenza immaginifica straordinariamente proiettata verso un ermetismo di nuova maniera, che comunque ti apre le porte del mondo poetico, poichè di esso ne avverti i prodromi e l'essenza vitale".

- dall'antologia "premio internazionale Nosside 1999", opera "In mesu a cussas nues (In mezzo a quelle nuvole): "... Un pastiche rabelesiano, tanto scoppiettante di meraviglia da riaccendere costantemente il fervore dell'officina letteraria, si stacca dall'usuale conoscenza della natura e dei suoi movimenti, e scatta flash avvampanti, d'obliqua luce, di stordita mescolanza di tinte. L'effetto non è surreale perchè è assente un'automatica ribellione delle componenti: a guidare la stralunata metamorfosi del creato, i sismi e gli abbacinamenti delle varie sequenze, è la più quieta vocazione alla favola, quasi un tenue e spaurito senso della solitudine dell'io di fronte al mistero che giganteggia. La salvezza è data da una stella in mezzo alle nuvole, da un chiarore fra le tempeste. Da un'agitazione cosmica, popolata di simulacri ostili, scaturisce la delicata stampa di un'impossibile epoca felice.." (Giuseppe Amoroso, presidente Giuria Premio Nosside, critico letterario).