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Questo blog è di Danila Oppio, colei che l'ha creato, e se ne è sempre presa cura, in qualità di webmaster.

venerdì 11 novembre 2016

KARMA di Danila Oppio


 Quando un uccello è in vita, mangia le formiche.
 Quando l'uccello è morto, sono le formiche a nutrirsi di lui.
 Il tempo e le circostanze possono cambiare in ogni momento. 
 Non disprezzare o urtare nessuno, in vita.
Tu puoi essere potente, oggi. Ma ricorda. 
Il tempo è più potente di te!

Karma è una parola sanscrita che può essere tradotta semplicisticamente come “agire”. In tal senso “azione”, è quella indicata nelle filosofie orientali come azione spinta dalla volontà in relazione al principio di causa ed effetto, vincolando gli esseri dotati di intelligenza e capaci di provare emozioni e sensazioni al Samsāra ovvero al ciclo di vita, morte e rinascita. Il Karma è un concetto centrale nell'Induismo, nel Buddhismo e in altre religioni. Verso il XIX secolo cominciò a diffondersi in occidente sotto la spinta della società Teosofica e attualmente riveste un importanza centrale in numerose discipline New Age. Nella religione Induista il Karma si riferisce sia all’attività come agire in senso stretto, sia tutte le conseguenze derivate dalle azioni che un individuo ha compiuto nel corso delle vite passate. 
Il Karma Yoga è una via per ottenere la liberazione chiamata anche “Moksha”. Nel Buddismo il Karma rappresenta il “Principio Universale” in virtù del quale “un’azione virtuosa” genera benefici nelle vite successive, mentre un’azione “non virtuosa” genera malessere e disagi nelle vite successive. In sostanza il Karma connette ogni essere intelligente al ciclo del samsāra, così che tutto ciò che esso compirà avrà delle ripercussioni, negative o positive a seconda dei casi, nella vita futura. Tuttavia esiste un tipo di karma che non è né positivo né negativo: esso porta alla “liberazione”. Qualunque manifestazione scaturita dagli esseri senzienti è costituita da una certa quantità di “semi del Karma” che, dovranno essere distrutti affinché possano liberarsi dal ciclo del samsāra. La liberazione da questi semi può avvenire solo nel corso del tempo fino a che non si raggiungerà l’illuminazione. 

Quando il debito karmico sarà estinto, l’essere non sarà più vincolato al Karma e di conseguenza al samsāra e potrà finalmente raggiungere il Nirvana.  In linea generale dobbiamo riflettere e concentrarsi sulla nostra esistenza presente per fare in modo che le nostre azioni, i nostri pensieri e sentimenti siano purificati da intendimenti negativi, pericolosi sia verso noi stessi che verso gli altri. Non dobbiamo credere che ciò che facciamo ora non abbia conseguenze sulla nostra esistenza. Prima o poi le nostre colpe busseranno alla porta dell’anima e del cuore, i nostri errori si ritorceranno contro, in un ciclo senza fine se non abbiamo l’umiltà e la forza di correggere le nostre mancanze. Essere consapevoli che alcune nostre azioni possono risultare negative ci aiuterà ad evitare nella vita presente e nella vita futura di commettere gli stessi errori e di elevarci così in un piano superiore fino a che non saremo del tutto liberi da quello che comunemente viene chiamato "peccato".

Detto questo, e premetto che non sono buddista né tanto meno induista, credo sia vero  che alla fine si arrivi alla catarsi, che spesso è erroneamente interpretata come un giudizio e punizione estrema. In effetti così non è.

Nella religione della Grecia classica, consiste nel rito magico della purificazione, inteso a mondare il corpo e l'anima da ogni contaminazione.

In psicoanalisi, è ritenuto il processo di liberazione da esperienze traumatizzanti o da situazioni conflittuali, ottenuto col far riaffiorare alla coscienza dell'individuo gli eventi responsabili, rimuovendoli dal subconscio.

Direi che è troppo comodo, rimuovere dal subconscio il male che abbiamo fatto ad altri. Le ferite procurate al prossimo, vanno ricordate, e possibilmente lenite con la consapevolezza di aver sbagliato, e quindi cercando di porvi rimedio, non fosse altro che battendosi il petto pronunciando un sincero “mea culpa”.
Ma gli esseri umani pensano solo a se stessi, e una volta che hanno rimosso dalla coscienza gli errori commessi, se li gettano alle spalle. E chi ha sofferto per le azioni o le parole ricevute, non può che farsene una ragione, e perdonare.
Il perdono però non è così semplice da donare…non è facile dimenticare, né tanto meno curare certe ferite che sanguineranno per anni. Perché il male (il peccato) è un’onta gettata sul prossimo, difficile da smacchiare dall’anima.

Peccato è un sostantivo che non va più di moda, si evita di scriverlo e pronunciarlo, proprio come fosse un “peccato” solo citandone il nome. Ma peccato è tutto quello che fa male, a noi stessi o agli altri.

Non so come si possa vivere con la coscienza sporca, se questa mai dovesse rimordere. Certo chi non ne ha, sta benissimo e continua a vivere la propria esistenza senza preoccuparsi delle conseguenze.
Ma chi ancora ne sa ascoltare la voce, dovrà arrendersi al destino: il karma, visto anche con occhi occidentali, si può paragonare ad alcuni proverbi, come ad esempio: “chi la fa, l’aspetti”. Il male è come un boomerang, quello che si  è fatto di male, prima o poi, ritorna a chi  l’ha prodotto.
Ho sempre perdonato, ma non mi è stato possibile dimenticare il male ricevuto, soprattutto gratuito.
Il perdono è un toccasana, un rimedio contro una sofferenza che diversamente potrebbe incrinare la stabilità psichica e talvolta anche fisica di una persona.
Ma il ricordo del male ricevuto, è memoria per non caderci a nostra volta.
E’ peccato trattare con freddezza chi vorrebbe ricevere calore umano, è peccato rompere un’amicizia o un amore per banali motivi, è peccato non solo uccidere un corpo, ma anche un’anima, un sentimento.
E nel tempo si riceverà, magari da altre fonti, il meritato castigo.
Non ho mai maledetto nessuno: male dire significa non solo parlar male di una persona, ma augurarle il male. Non lo auguro a nessuno, nemmeno a quelli che di male ne hanno fatto tanto.
Ci penserà il karma a dar loro la giusta ricompensa. Soffriranno come hanno fatto soffrire altri, e allora forse capiranno dove hanno sbagliato.

Danila Oppio

Leonard Cohen ~ Dance Me To The End Of Love

Addio Leonard...



Leonard, mi mancherai tantissimo, ma voglio ringraziarti per le bellissime poesie musicate e cantate che ci hai elargito nel corso degli anni. Buon viaggio nell'eternità.
Danila Oppio


E' morto all'età di 82 anni Leonard Cohen. Lo annuncia la sua casa discografica Sony Music Canada sulla pagina Facebook di Cohen scrivendo: "Con profondo dolore comunichiamo che il leggendario poeta, cantautore ed artista Leonard Cohen è morto". La notizia viene riportata anche dalla rivista Rolling Stone online. Non viene rivelata la causa della morte.
"Abbiamo perso uno dei più prolifici visionari. Una commemorazione si terrà a Los Angeles fra qualche giorno. La famiglia richiede privacy nel suo periodo di dolore", prosegue la nota della casa discografica.

Una carriera fenomenale di quasi mezzo secolo la sua, eminenza grigia in un piccolo pantheon di influenti cantautori degli anni Sessanta e Settanta. Cohen aveva gareggiato con Dylan quanto a influenza sui suoi contemporanei e forse solo Paul Simon e l'altra canadese Joni Mitchell avevano avuto un pari ruolo come autori di poesia in musica. "Con la sua voce baritonale cantava di amore e odio, estasi e depressione", lo ha ricordato Rolling Stone. Uno dei pochi della sua generazione, Cohen aveva continuato ad avere successo negli anni Ottanta e il suo ultimo album, "You Want It Darker", era uscito a fine ottobre. Cohen cantava anche di religione, politica e guerra: pur non avendo mai abbandonato l'ebraismo e il rituale di osservare il sabato, il musicista aveva attribuito al buddismo un ruolo nel tenere a bada gli episodi di depressione che lo avevano afflitto fin da ragazzo.

Leonard Norman Cohen era nato il 21 settembre 1934 a Westmount, nel Quebec. Aveva imparato a suonare la chitarra da ragazzo e aveva formato un gruppo folk, i Buckskin Boys. Presto ispirato da Federico Garcia Lorca si era rivolto alla poesia. Dopo la laurea alla McGill University, si era trasferito nell'isola greca di Hydra dove aveva pubblicato le sue prime raccolte di poesie Flowers for Hitler nel 1964 e i racconti The Favourite Game nel 1963 e Beautiful Losers nel 1966. Frustrato dalle scarse vendite e poi dal lavoro in una fabbrica di vestiti a Montreal, visitò New York nel 1966 e si immerse nell'ambiente del folk-rock della città. Conobbe la cantante folk Judy Collins, che in quello stesso anno inserì due canzoni di Cohen nel suo album ''In my life''. Una delle due era il primo celeberrimo successo di Cohen "Suzanne".

Ma la Collins non fu la sola. Oltre 2.000 cover delle sue canzoni, tra cui la più celebre "Halleluja" sono state registrate da molti altri artisti come Tim Hardin e grandi voci del rock, pop, country, rhythm and blues, tra cui U2, Elton John, Sting, Trisha Yearwood e Aretha Franklin. "Ragazzi. Ascoltate "Going Home" appena avete un secondo" ha chiesto su Twitter il cantante Ben Folds.

Le sue frequentazioni nella ''Grande Mela'' comprendevano all'epoca Andy Warhol e i Velvet Underground con la loro musa, la mitica cantante tedesca Nico, le cui atmosfere sul filo della depressione ripropose nel suo album del 1967 ''Songs of Leonard Cohen''. E' stato uno dei pochi artisti della sua generazione ad avere successo anche superati gli ottanta anni, e il suo ultimo album ''You Want It Darker'', è stato pubblicato quest'anno.

giovedì 10 novembre 2016

SPIRITI VAGABONDI di Giovanni Prati

    
    Spiriti vagabondi, che più d’uno
     Dice aver visti, e che com’aure in frasca
     Bisbigliar ode, o colorate in bruno
     S’addormentin le cose, o l’alba nasca;
   Se la tenue del ciel luce vi pasca,
     Nè l’uman preco a voi giunge importuno,
     Ditemi se la spoglia, il dì che casca,
     Dorme in eterno, o se la sveglia alcuno.
   Ditemi.... ma che chiedo? Ahimè, dal fianco
     Mi fùr tolte per sempre anime care,
     Né da loro una voce ebbi pur anco!                          
   L’avrò, stolti, da voi? Meglio alla brama
     Par ch’ogn’urna risponda ed ogni altare:
     “Non è nato a morir chi pensa ed ama!”

                        Giovanni Prati     


Si è soli quando...


Il viandante sul mare di nebbia, Caspar David Friedrich, olio su tela, 95x75cm, 1818, Hamburger Kunsthalle.



Si è soli quando
inconsapevolmente
o per scelta poco oculata
si allontanano coloro
che ci avrebbero amato
Infinitamente.

Si è soli quando
si crede che altri
possano soffocare
la libertà agognata.

Ci s’isola così
volontariamente
per poi accorgersi
che da soli non è
piacevole
e che ci manca qualcosa
in grado di dare un senso
ragionevole
alla nostra esistenza.

E’ una decisione
ingannevole
un poco colpevole
e del tutto sfavorevole.

Danila Oppio
Inedita


L'ululare del vento di Gavino Puggioni


sono solo
e questo vento
m’accompagna
anche se non mi conosce
m’ulula intorno
mi scompiglia i pensieri
li fa volare lontano
vuole sradicarmi l’anima e…
…..penso
ma perché?

dove vuole portarla?


Gavino Puggioni
Pubblicata su Cantiere Poesia